Dal 1998, tanti tentativi di imitazione!                       

 





CAPOTOSTI

 

 

 

 

Notizie dal Mondo della Grande Atletica: articoli e comunicati ripresi dalla Gazzetta dello Sport,
dai siti Fidal.it e Iaaf.org
 Tortu: a Savona 10”03, a 2 centesimi dal record Mennea
Il lombardo stacca il secondo miglior tempo italiano di sempre. “È stata una gara eccezionale. Il tempo mi ha nettamente sorpreso, specialmente in batteria. Poi lentamente ho preso coscienza dei miei mezzi e mi sono rilassato”
Sfida doveva essere e sfida è stata. Il duello all’ultimo centesimo, tra Filippo Tortu e Marcell Jacobs è andato in scena in due tempi. Sotto il sole del primo pomeriggio, in batterie separate, e due ore dopo, quando si è dispiegata in pieno la potenza dei due nuovi gioielli dell’atletica azzurra. Alla fine a imporsi è stato il più giovane: il lombardo-sardo di Carate Brianza. Il 10”03 (vento +0,7) ha finalmente fatto capire che anche dalle nostre parti su può andare veloci. Tortu fa infatti tremare quel 10"01 che Mennea corse ai 2200 metri di altitudine di Città del Messico il 4 settembre del 1979. Quello di Tortu, invece, a livello statistico è il più veloce tempo di sempre di un italiano a livello del mare. Il giovane azzurro manda in archivio anche il primato italiano under 23 fin qui detenuto da Carlo Boccarini con 10"08 (Rieti, 9 maggio 1998).
Non è stato da meno Jacobs, il ragazzo di El Paso (Texas), allenato dall’ex primatista mondiale del triplo Paolo Camossi, fino ad oggi primatista stagionale con 10”12. Dopo una batteria chiusa con 10”09 (+1,2) e 10”04 ma con vento fuori norma (+3,0), i due si sono ritrovati fianco a fianco nella disfida finale.
LA SFIDA — Pista azzurra, a 180 metri sul livello del mare. Ambiente più che favorevole. Tutti concentrati sul rettilineo opposto alle tribune. Si attende la “folata” buona del vento che a tratti spira veloce, troppo veloce. Allo sparo è Tortu il migliore all’avvio, senza lo sbaglio del secondo appoggio che ne ha limitato il crono in batteria. Fianco a fianco sino a metà gara. Poi è il campione europeo under 20 a prendere il sopravvento. Jacobs resiste e pare recuperare. Ma ormai la pista è finita. È netto il vantaggio. E finalmente il Pietro Mennea di Messico 1979 è sempre più vicino e non appare più così irraggiungibile. «È stata una gara eccezionale – le prime parole affannate di Tortu –. Il tempo mi ha nettamente sorpreso, specialmente in batteria. Poi lentamente ho preso coscienza dei miei mezzi e mi sono rilassato. L’obiettivo primario, non scordiamolo, sono gli Europei di agosto». Un duello, quello visto sulla pista di Savona che può essere considerato fra i più belli, se non il migliore in assoluto, fra quelli vissuti e combattuti fra atleti italiani. Più nervoso Jacobs naturalmente. Fa buon viso a tutti ma quando non si sente sotto la lente d’osservazione lo si vede sbuffare e piantare i pugni sul saccone del salto in alto. «Non mi piace perdere, anche se Filippo è andato fortissimo».
daniele perboni per gazzetta.it

Londra è azzurra: l’Italia cala il poker in Coppa Europa

Nella suggestiva cornice britannica, ben 4 dei nostri atleti stabiliscono il loro nuovo personale: Crippa stupisce, travolgente anche la Reina.
Otto ore e mezza di atletica spettacolo con migliaia di spettatori dentro la pista. Nove serie di 10.000 metri, sei maschili e tre femminili, a partire dalle 14.15 per finire alle 22.45. Oltre 300 gli atleti scesi in pista. Musica, tifo alle stelle. Persino i fuochi pirotecnici al passaggio dei primi sul traguardo negli ultimi 800 metri di gara. Entusiasmo dirompente con gli atleti ad inanellare giri su giri dentro un autentico tunnel umano. Qui siamo su un altro pianeta.
COPPA EUROPA La Coppa Europa disputata ieri pomeriggio e sera al Parliament Hill Track and Club di Londra ha regalato emozioni straordinarie a chi vi ha assistito, ma soprattutto agli atleti che in pista si sono esaltati in questo ambiente elettrico, regalando prestazioni di alto livello tecnico ed agonistico. I nostri cinque azzurri in gara sono stati davvero bravi, con quattro primati personali migliorati o addirittura polverizzati. L’unica a non riuscire nell’impresa è stata la promettente piemontese Sara Brogiato che, penalizzata da un problema muscolare agli adduttori, ha corso in 35:19.84, soltanto per permettere alla squadra femminile di fare classifica.
SUPER CRIPPA Fra gli altri quattro azzurri la palma del più bravo, voto 10 e lode, va ad Yemaneberhan Crippa che ha esordito sui 10.000 con un clamoroso 27:44.21. Migliore crono di un esordiente azzurro sulla distanza, nonché nuovo primato italiano under 23, cancellando dall’albo dei primati per qualche decina di centesimi Francesco Panetta che la deteneva dal lontano 1985. Per Crippa un terzo posto da incorniciare dopo il tedesco Ringer 27:36.64 ed il transalpino Amdouni 27:36.84. Un risultato che, a soli 21 anni, lo proietta subito ai vertici continentali della distanza, nonché una clamorosa conferma del suo talento a soli pochi giorni di distanza dal 13:18.41 ottenuto sui 5000 a Palo Alto (California) lo scorso 3 maggio. Adesso per lui e soprattutto per il suo bravo tecnico, l’ex mezzofondista azzurro Massimo Pegoretti, si porrà l’interrogativo su quale distanza scegliere nei prossimi campionati europei di Berlino. A meno che il ragazzo non decida di doppiare.
NUOVA ERA Dopo Crippa merita a sua volta un bel 10 anche il toscano Lorenzo Dini che ha vinto a sorpresa, ma di forza, la seconda serie dei 10.000 con un notevole 28:30.01. Clamoroso il suo miglioramento, visto che il mezzofondista livornese aveva un precedente personale di 29:21.34. Classe 1994, con un gemello, Samuele, attualmente ai box per infortunio, Lorenzo si allena da qualche mese a Castelporziano con Vittorio Di Saverio, il coach di Margherita Magnani, dopo tanti anni di lavoro in comune con Saverio Fattori. Il suo è stato davvero un grande salto di qualità che non potrà che giovare alla causa azzurra per rilanciare il mezzofondo prolungato italiano in sofferenza da troppi anni.
GIOVANNA&NICOLE Gli altri due primati personali arrivano da Giovanna Epis e Nicole Reina, tra l’altro compagne di allenamenti al campo 25 Aprile di Milano . La Epis, 29 anni, veneziana già inserita nella squadra azzurra di maratona per Berlino dopo il 2h29.41 dello scorso 25 febbraio a Siviglia, con il 33:14.79 realizzato ieri giungendo quarta nella prima serie ha cancellato, dopo sette anni, il precedente 33:44.01 ottenuto nel 2011 a Rieti. Per lei è il quarto primato personale migliorato in questo inizio d’anno dopo quello sopracitato sulla maratona e quelli sulla mezza maratona (1h12:26) e sui 3000 metri (9:23.61). Per Nicole Reina, pluriprimatista allieve su varie distanze, quello di ieri era l’esordio in una nazionale assoluta dopo due anni di grandi travagli fisici. Nell’occasione la ventenne di Novate Milanese non ha tremato correndo in 34:09.21, così cancellando il suo precedente primato di 34:20.40 che risaliva al 2014 quando la ragazza militava ancora fra le under 18. Magie di una notte e di un ambiente da circolino rosso.


Ferrara: La Rosa e Console campioni dei 10.000

Il carabiniere grossetano supera Meucci in volata e conquista il tricolore. Al femminile si impone la pugliese delle Fiamme Gialle, titoli U23 per Njie e Lonedo. Gare extra: Bellò vince e si migliora negli 800 metri (2:03.48).
Nei Campionati Italiani dei 10.000 metri, a Ferrara, volata vincente di Stefano La Rosa che in 28:36.86 si aggiudica la sfida tra maratoneti azzurri davanti a Daniele Meucci, alle sue spalle in 28:38.94. Dopo una gara condotta in coppia, il carabiniere grossetano va al comando a un giro e mezzo dal traguardo e poi piazza l’allungo decisivo all’inizio del rettilineo finale per avere la meglio nei confronti del pisano dell’Esercito, campione continentale in carica di maratona. Entrambi sono già stati selezionati per la gara sui 42,195 km agli Europei di Berlino (6-12 agosto). Terzo posto al bergamasco Nadir Cavagna (Atl. Valle Brembana) che scende a 29:57.14, mentre Nfamara Njie (Atl. Casone Noceto) conquista il tricolore under 23 con 30:02.63. Al femminile titolo assoluto per Rosaria Console. La pugliese delle Fiamme Gialle chiude in 34:56.52 seguita dalla 21enne Rebecca Lonedo (Atl. Vicentina), campionessa promesse con 35:51.28, e dalla ventenne siciliana Alessia Tuccitto (Trinacria Sport, 36:47.19). Per ambedue i vincitori di oggi è il terzo successo su questa distanza. Nelle gare di contorno, brillante prestazione della 21enne veneta Elena Bellò (Fiamme Azzurre) che sugli 800 metri porta a 2:03.48 il personale per un progresso di quasi un secondo, superando nel finale la tricolore assoluta Yusneysi Santiusti (Assindustria Sport Padova, 2:03.96). In apertura della manifestazione, intitolato il campo sportivo della città estense a Giampaolo Lenzi, ex DT della Nazionale maschile e uomo guida dell’atletica ferrarese, venuto a mancare tre anni fa.
LA ROSA-MEUCCI AL MASCHILE - Si risolve solo negli ultimi metri il duello tra gli azzurri di maratona. A vincere però non è il campione europeo dei 42,195 chilometri perché sul traguardo di Ferrara riesce ad imporsi Stefano La Rosa, che entra in testa nell’ultimo rettilineo e scatta senza trovare la risposta di Daniele Meucci. In una gara tirata dall’eritreo Ghebru Kokob (primo all’arrivo in 28:23.11), inizialmente insieme al connazionale Amare Samson, il parziale ai 5000 metri è di 14:22.60. Poco dopo l’ingegnere pisano, per dare una sferzata al ritmo, supera gli atleti africani che tornano quindi di nuovo in cima al gruppo, mentre al settimo chilometro La Rosa passa davanti all’allievo di Massimo Magnani che poi riprende in mano l’iniziativa, prima di essere sorpassato nel corso del penultimo giro: il responso del cronometro è 28:36.86 contro 28:38.94. Un decennio più tardi, lo stesso esito della rassegna di Cagliari nel 2008 quando La Rosa vinse il suo primo titolo quasi al fotofinish con Meucci, in una sfida tra coetanei e corregionali che va avanti fin dalle categorie giovanili: finora era quello l’unico precedente favorevole al grossetano sui 10.000 metri e adesso diventa 5-2 il computo dei confronti diretti. Per il 32enne dei Carabinieri, allenato da Giuseppe Giambrone, è il terzo successo in questa gara tricolore e il nono della carriera. La lotta per la terza posizione con 29:57.14 vede spuntarla il 23enne bergamasco Nadir Cavagna (Atl. Valle Brembana), azzurro del cross e della corsa in montagna. Quarto posto assoluto a Nfamara Njie (Atl. Casone Noceto), non ancora ventenne di origine gambiana, approdato da qualche anno in Italia dopo le peripezie di un lungo viaggio e cresciuto in Salento sotto la guida di Giammarco Buttazzo. Per lui anche il titolo promesse in 30:02.63 davanti al campione uscente Alessandro Giacobazzi (La Fratellanza 1874 Modena), 30:07.77, e ad Alberto Mondazzi (Atl. Mariano Comense), 30:09.70.
CONSOLE TRIS - La prima delle italiane al traguardo è Rosaria Console (Fiamme Gialle), che per l’ottava volta conquista un titolo tricolore assoluto mentre sui 10.000 metri è la sua terza vittoria.
Una gara quasi tutta insieme all’olandese Jill Holterman, presente fuori classifica, con cui si alterna al comando. Dopo un passaggio di 17:22.07 al giro di boa, l’azzurra prova ad aumentare l’andatura ma a due giri dal termine la 26enne dei Paesi Bassi allunga e chiude davanti in 34:41.75. Alle sue spalle 34:56.52 per “Rosalba”, reduce dal terzo posto alla Padova Marathon del 22 aprile (2h37:26) con lo stesso piazzamento alla Trieste Half Marathon di domenica scorsa in 1h14:24. La 38enne tarantina delle Fiamme Gialle, che segue i programmi del coach Luciano Gigliotti, da diversi anni vive a Jesi con il marito Daniele Caimmi, ex maratoneta azzurro. Nella rassegna nazionale assoluta il secondo posto con 35:51.28 va alla 21enne veneta Rebecca Lonedo (Atl. Vicentina), che si aggiudica anche il tricolore under 23. È il primo titolo italiano per la 21enne vicentina di Sovizzo, allenata da Gianni Faccin, che nel 2017 si era piazzata terza nella rassegna promesse dei 10 km su strada a Dalmine, guadagnandosi poi l’esordio in azzurro all’incontro internazionale di Rennes, in Francia. Sul podio inoltre la ventenne siracusana Alessia Tuccitto (Trinacria Sport), seconda tra le under 23 in 36:47.19 al debutto sulla distanza, mentre la terza delle promesse con 37:21.04 è Federica Zenoni (Atl. Bergamo 1959 Oriocenter), che nei primi due chilometri aveva fatto coppia con la Lonedo prima di essere staccata.
800: BELLÒ AL PERSONALE - Applausi per Elena Bellò. La 21enne vicentina delle Fiamme Azzurre si prende una doppia soddisfazione: il record personale sugli 800 metri in 2:03.48 e anche il successo nella gara extra sulla pista di Ferrara, davanti alla campionessa italiana Yusneysi Santiusti (Assindustria Sport Padova) che viene appaiata e superata nel rettilineo finale prima di chiudere con 2:03.96. Per la veneta, allenata a Trento da Massimo Pegoretti, c’è un netto progresso di quasi un secondo rispetto al precedente limite (2:04.32 nella passata stagione a Gavardo) con cui sale al settimo posto nelle liste nazionali under 23 di sempre. Quest’anno la giovane mezzofondista ha vinto il tricolore assoluto indoor, mentre di recente è riuscita a ritoccare la migliore prestazione italiana di categoria nei 600 metri (1:29.20 il 18 aprile a Milano) e nello scorso weekend è cresciuta sui 1500 con 4:16.47 ai Societari di Caorle. Terzo posto oggi per Joyce Mattagliano (Esercito) in 2:04:52 che è il suo secondo tempo in carriera.
1500 PER ABDIKADAR - Tra gli uomini Mohad Abidkadar (Aeronautica) prevale sui 1500 metri con 3:41.07 e migliora quindi il suo primato stagionale: infatti aveva corso in 3:44.13 il 3 maggio al meeting di Palo Alto, in California, e il crono di oggi entra nella sua top ten di sempre guidata dal personale di 3:38.53 ottenuto nel 2015. Al secondo posto Fabiano Carozza (Aeronautica) in 3:43.79, ma in settima posizione si fa notare lo junior Pietro Arese (Safatletica Piemonte) che centra il PB con 3:45.96.
NEL NOME DI LENZI - Un momento di grande significato in apertura dell’evento con l’intitolazione a Giampaolo Lenzi del Campo Sportivo Scolastico di via Porta Catena nella città estense. L’ex DT della Nazionale maschile e uomo guida dell’atletica ferrarese, venuto a mancare nel 2015, ha lasciato un’impronta indelebile portando 25 atleti in azzurro, per un totale di 110 presenze in Nazionale di cui 78 in quella assoluta, ed è stato ricordato anche in occasione dell’interessante convegno che si è svolto alla vigilia, dal titolo “Correre ma non solo” con importanti relatori, e nel concerto di ieri sera tenuto dalla figlia Silvia Lenzi, violoncellista di fama internazionale.

Tortu: la prima è da 10.16, exploit Lambrughi 48.99

Il campione europeo under 20 esordisce sui 100 metri a Rieti arrivando a un centesimo dal PB. Grande gara dell'ostacolista lombardo, primo europeo 2018 e quarto azzurro alltime.
Il primo lampo del 2018 di Filippo Tortu, 10.16 (+1.5) nei 100 metri, l'exploit di Mario Lambrughi, 48.99 nei 400hs. A Rieti, Super Pippo Tortu, campione europeo under 20 dello sprint, inaugura la sua stagione all'aperto in una gara praticamente senza rivali che lo proietta al traguardo ad appena un centesimo dal personal best di 10.15 ovvero il suo record italiano junior. Un crono che sbriga subito la pratica dello standard di iscrizione (10.20) per i Campionati Europei di Berlino. L'agenda dell'ancora 19enne delle Fiamme Gialle (ne compirà 20 il prossimo 15 giugno) è già fissata: stasera il big match Roma-Juventus (Pippo è un super tifoso bianconero) e poi ancora due sprint sui 100 metri, il 23 maggio a Savona e il 31 maggio al Golden Gala Pietro Mennea a Roma dove affronterà il fulmine statunitense Christian Coleman e l'altro azzurro Marcell Jacobs (attuale capolista stagionale con 10.12). Per la cronaca, dietro di lui oggi finiscono il pugliese Luca Antonio Cassano (Firenze Marathon) 10.47 e lo junior trentino Lorenzo Paissan (Lagarina Crus Team) 10.50.
TORTU: "L'OBIETTIVO PB E' SOLTANTO RIMANDATO" - “Soddisfatto? Relativamente. Ho fatto un buon tempo e non si può non essere soddisfatti, ma ho avuto delle sensazioni diverse dal solito, forse perché si trattava dell’esordio. Ho sentito molto bene la parte tra i 20 e i 30 metri dove di solito sono un po’ carente e forse l’ho pagata negli ultimi 10-15 metri. Nelle prossime tappe di Savona e Roma non vedo l’ora di poter riprovare a migliorare il personale. Il confronto con Jacobs? Siamo amici, non rivali, e aspetto soltanto il 23 e il 31. Pensando agli Europei di Berlino, certo non mancherà la concorrenza, ma la stagione è lunga e c’è tempo. Il debutto sui 200? A data da destinarsi, prima finiamo questo blocco di 100 metri di gare a maggio. E stasera mi godo Roma-Juve…”
400HS: LAMBRUGHI PRIMO EUROPEO 2018, QUARTO AZZURRO DI SEMPRE - Praticamente una finale da Campionato Italiano. L'anello azzurro dello Stadio Raul Guidobaldi ispira gli specialisti del giro di pista con barriere e, soprattutto, Mario Lambrughi. Il 26enne dell'Atletica Riccardi Milano 1946 si presenta sul rettilineo finale con un netto vantaggio su tutti gli avversari. La sua azione è sicura, una piccola incertezza solo all'ultima barriera: vince in 48.99 e dà un bacio al display con il suo crono. Un gesto che incornicia una prestazione che vale la leadership europea stagionale e che in Italia non si vedeva da quasi 13 anni: l'ultimo azzurro sotto i 49 secondi era stato, infatti, Gianni Carabelli, 48.84 l'8 luglio del 2005 a Roma. Grazie a questo risultato, il brianzolo Lambrughi si migliora di 36 centesimi, centra ampiamente lo standard per gli Europei di Berlino (49.80) e diventa il quarto ostacolista italiano alltime. Alle sue spalle bel progresso anche per il 23enne toscano Mattia Contini (Aeronautica) che scende a 49.62 (32 centesimi di PB) davanti a Josè Bencosme (Fiamme Gialle) 49.71. Performance che per entrambi valgono il "minimo" per la rassegna continentale in Germania.
LAMBRUGHI: "48.99, NON CI CREDO" - “Era una bella giornata, sapevo di valere un buon tempo dopo aver corso un 300hs a Formia: 48.99 davvero no ma a Rieti tutto è possibile. Ho baciato il crono perché è quello che faccio quando esce una buona gara, ormai è consuetudine. Credo che non realizzerò subito, ci metterò un po’ a elaborarlo, speriamo di abbassarlo ancora perché all’ultimo ostacolo sono quasi caduto. Berlino? Incrociamo le dita ma ci sono buoni presupposti per fare bene”.
HOWE VELOCISTA: 20.73 SUI 200 METRI - A Rieti, sulla pista della città che l'ha visto crescere, il recordman italiano del salto in lungo Andrew Howe riveste i panni del velocista. All'indomani del suo 33esimo compleanno, l'azzurro si cimenta sui 200 metri che vince con vento quasi nullo in 20.73 (-0.1). L'ultima apparizione dell'atleta dell'Aeronautica sul mezzo giro di pista risale al 2016 (21.16 a Goteborg), mentre Howe non si esprimeva su un crono del genere dal 2011 agli Assoluti di Torino (20.58). In un'altra serie primato personale del quattrocentista ligure Davide Re (Fiamme Gialle) che si migliora a 20.99 (-0.6), mentre al femminile Maria Benedicta Chigbolu (Esercito) la spunta di un centesimo, 23.78 a 23.79 (+1.3) su Anna Bongiorni (Carabinieri).
"Tornare a correre un 200 così veloce - racconta Howe - è stata proprio una bella emozione. Mi piace questa gara e questo è un punto d'inizio. La strada è quella giusta. Il salto in lungo? C'è sempre, non vi preoccupate. Se corro forte, posso saltare lontano". Al suo fianco il suo coach Fabrizio Donato che commenta soddisfatto: "Andrew oggi ha dato prova di grande forza. Può limare ancora qualcosa e a breve decideremo le prossime gare da fare". E il Donato triplista quando lo rivedremo in azione? "L'infortunio di questo inverno è stato abbastanza importante e mi ha un po' rallentato. Il salto triplo è in cantiere e spero di esordire a fine giugno".
McLaughlin record nel futuro
La 19enne ostacolista statunitense abbassa il mondiale Under 20 dei 400hs da 53.60 a 52.75! Grandi prestazioni in USA nel weekend delle Conferences.
Diceva bene quel twitt apparso ieri sera in rete - world junior record alert! - nell'imminenza dei 400 ostacoli della terza giornata della Southeastern Conference di Knoxville. Sui blocchi sarebbe scesa la primatista mondiale U20 Sydney McLaughlin, e nessun record (tra l'altro questo era indiscutibilmente suo) poteva considerarsi al riparo. Ne è uscita una prestazione irreale per un'atleta così giovane, già pluriprimatista di categoria (dai 14 anni agli Under 20), che ha abbassato di ben 85 centesimi il record del mondo al di sotto dei 20 anni fino a 52.75, un crono che eguaglia con netto anticipo sulla categoria anche la miglior prestazione mondiale U23 (52.75 di Shamier Little) e arriva a soli 41 centesimi dal record del mondo di Yuliya Pechonkina, vecchio di tre lustri e ormai "a vista" della sensazionale atleta statunitense.
MONDIALE UNDER 20 N.2, BRISSETT 12.75 - Prestazioni notevolissime un po' ovunque nel corposo fine settimana USA. Un secondo record del mondo U20 è arrivato da un'altra ostacolista 18enne, Chanel Brissett, capace di portare il limite di categoria della cubana Aliuska Lopez e dell'altra americana Tia Jones (12.84) al top-mark di 12.75 a Palo Alto. Ostacoli in prima pagina ancora a Knoxville, con un'altra collegian del Kentucky come la McLaughlin, la portoricana Jasmine Camacho-Quinn, che con 12.40 ha firmato la 14esima prestazione all-time, e con Grant Holloway, autore di 13.15 sui 110hs a 24 ore da un 8,32 ventoso nel lungo.
Ancora da Knoxville: 22.25 sui 200 dell'appena 20enne Lynna Irby, 10.92 di Aleia Hobbs con primo sub-11 di Shania Collins (10.99), 9.99 e 20.15 di Kendal Williams, 20,88 dell'olandese Comenentia nel peso, strepitoso 400 per due con 44.28 del giamaicano Nathon Allen e 44.34 dell'americano Strother
OVER THE TOP - Ancora dalle altre sedi: il mondiale stagionale sui 400 femminili (ironicamente sottratto proprio alla McLaughlin) da parte di Kendall Ellis, 49.99 a Palo Alto, dove l'antiguano Rai Benjamin ha vinto i 400hs in 48.46 e soprattutto il primatista mondiale indoor dei 400 Michael Norman ha entusiasmato: 19.84 ventoso sui 200, 44.40 (personale) sul giro. Infine, il progresso del colombiano Perlaza sui 400 uomini (44.86), il 5,80 di Chris Nilsen nell'asta a Tulsa (Helen Falda ha vinto la gara femminile con 4,21), il 19.98 ventoso sui 200 di Andre Ewers, il doppio 9.99 (2.2 e 2.5 di vento) dello sprinter Bacon in Texas, la tripletta della lanciatrice Ewen con 19,22 nel peso, 74,38 nel martello e poco meno di 60 metri nel disco.
FRANKLIN-EXPLOIT - La triplista USA Tori Franklin ha realizzato la miglior prestazione tecnica del meeting di Baie Mahault in Guadalupa, centrando a sorpresa il record nazionale di salto triplo con 14,84 e vento nullo, strappandolo a Keturah Orji (impegnata a Knoxville e vincitrice del lungo con 6,81 e del triplo con 14,62), davanti alla sempre più competitiva spagnola e bronzo mondiale indoor Ana Peleteiro (14,42, record nazionale Under 23), con l'iridata Rojas a zero nel tabellino. Una riunione ricca di ottime prestazioni, come nel triplo uomini con verdetto rovesciato rispetto al mondiale indoor di Birmingham: primo il brasiliano Almir Dos Santos (17,53), secondo Will Claye (17,40) e terzo con la stessa misura il cubano Pichardo che aveva dominato a Doha.
Da segnalare anche il 50.64 di Shakima Wimbley sui 400 e l'esordio di Allyson Felix sui 100 (11.30).
EUROVISIONE, UN 15ENNE 1:47.50 SUGLI 800 - Il primato europeo stagionale di 12.73 dell'ostacolista bielorussa Elvira Herman, campionessa del mondo Under 20, è stato il miglior risultato della riunione francese di Montgeron, dove diverse nuove leve hanno attinto a buone cose, come l'altro bielorusso e campione europeo U20 di salto in alto Nedasekau (2,26) e, anche lui oro europeo a Grosseto, Martin Lamou (16,76 nel triplo). Dal resto d'Europa, le distanze spurie di Pliezhausen con record francese di Ophelie Boxberger sui 2000 siepi (6:16.60), i lanci polacchi di Kielce (Fajdek 79,71 nel martello, Haratyk 21,06 nel peso) e lo straordinario 1:47.50 sugli 800 del 15enne britannico Max Burgin, classe 2002, che a Manchester ha stritolato la miglior prestazione mondiale per categoria di età, a una settimana dal sedicesimo compleanno. Il suo crono è comunque già migliore del limite dei 16enni (1:47.61 del tedesco Keiner).
RECORD A DALIAN - Primato maschile migliorato di oltre tre minuti nella 42km cinese, a firma del keniano Edwin Koech in 2h09:44, che ha preceduto il vicitore uscente Willy Ngelel (2h10:31). Segno etiope tra le donne con Mulu Seboka prima in 2h28:59. Stessa musica a Copenhagen, con vittorie del keniano William Morwabe in 2h11:16 (record della corsa) e della etiope Shasho Insermu (2h32:18).
PREVIEW - Tra le tantissime cose del prossimo fine settimana, allarme rosso a Tucson per l'arrivo del campione del mondo di peso Tom Walsh, il ritorno di Mo Farah dopo il record nazionale nella maratona di Londra (sarà sui 10km nella Great Manchester Run), e i Boston Games con iscritti nomi di grande qualità come Tori Bowie e Shaunae Miller-Uibo nella velocità donne, ennesimo scontro Harrison-Nelvis sui 100hs, Noah Lyles, Akani Simbine, Yohan Blake e Jereem Richards nello sprint uomini, Steven Gardiner ancora sui blocchi dopo il doppio sub-44 sui 400 centrato in Diamond League: stavolta correrà i 200, dove ha già visto il firmamento in 19.75.

Rupp, il cavaliere bianco

Il maratoneta USA vince a Praga in 2h06:07 a soli 20 giorni dal ritiro di Boston. Duplantis ancora world record under 20 nell'asta: 5,93!
Galen è un nome anglofono derivante dal greco "galene". L'originario significato di "calmo, tranquillo" ben si addice al bronzo olimpico di Rio sui 42 km Galen Rupp, che a Praga ha realizzato un capolavoro irto di gemme. A Boston, 20 giorni fa, l'ipotermia causatagli dalle temperature, al limite del sopportabile per un maratoneta (vedi la falcidia di top runner), ha messo fuori gioco anche lui, calatosi nella tormenta nei panni del (quasi) favorito. Nemmeno il tempo di gustarsi un po' di sano sconforto, che l'indomani annunciò la trasferta boema a stretto giro di calendario. La corsa di Praga, la nuova mecca delle corse su strada (solo nel 2017 vi sono ben sette limiti mondiali), l'ha interpretata come un orologio più svizzero che Made in USA, con due parti coperte in 1h03:01 e 1h03:06. Il verdetto del finish, 2h06:07, fa di Rupp il maratoneta nordamericano più veloce di sempre tra i caucasici. Sì, c'è Ryan Hall col suo 2h04:58 di Boston 2011, ma quel crono non è omologabile per due o tre indiscutibili ragioni tecniche. C'è anche Khannouchi, ma era maghrebino e virò sugli States scelte sportive e di vita. Ecco dunque, al bel caldo di Praga, contraltare della tortura di Boston, il Rupp mai visto, il secondo bianco più veloce di sempre al mondo sui 42 km, dopo il successo di Praga. Meglio di lui c'è solo Moen, il norvegese, il cui 2h05:48 di Fukuoka profuma ancora di stampa.
TRASCORSI E RICORSI - Rupp è agonista nato. Ha mantenuto le promesse giovanili. Due medaglie pesanti, l'argento sui 10000 ai Giochi di Londra, il bronzo di maratona un quadriennio più tardi sotto le nubi di Rio (alla seconda maratona della carriera), dopo il quinto posto ancora sui 10000. Tanti piazzamenti di vertice: quarto a Mosca (e ottavo sui 5000), quinto a Pechino, settimo già a Londra sui 5000 e a Daegu sulla distanza lunga in pista. A Praga ha rotto gli indugi a quattro chilometri dal traguardo, accumulando sull'etiope Sisay Lemma un vantaggio poi cifrato a quasi un minuto. Ha anche spezzato l'incantesimo della classica della Repubblica Ceca, centrando la prima vittoria non africana dal 2007. Ha corso sei maratone: primo (Los Angeles), terzo (Rio, Olimpiadi), secondo (Boston), primo (Chicago e personale di 2h09:20), poi il gran successo alla Roma-Ostia e l'ibernazione di Boston 2018 e ora lo spartiacque praghese.
PANORAMA DALLA STRADA - Grande risultato anche per la vincitrice femminile, la keniana Bornes Jepkirui Kitur, che ha tolto quattro minuti e mezzo al personale chiudendo in 2h24:19 (1h12:05/1h12:14, stessa gara di Rupp), quasi un minuto meglio dell'etiope Belaynesh Oljira (2h25:13). Sempre in USA (Pittsburgh) i campionati nazionali di mezza maratona hanno decretato i successi di Aliphine Tuliamuk (1h10:04) di 3' su Sara Hall (la moglie di Ryan) e di Chris Derrick (1h02:37). Sempre negli USA, va ricordata l'eccezionale prestazione di una settimana fa del 19enne keniano Rhonex Kipruto, che a New York sui 10 km ha coperto la distanza nel nuovo limite mondiale Under 20 di 27:08, centrando di passaggio la miglior prestazione mondiale assoluta (valenza solo statistica) sugli 8 km in 21:45.
DUPLANTIS LO FA ANCORA: 5,93! - Altro record mondiale Under 20 per lo svedese classe 1999 ma ancora 18enne Armand "Mondo" Duplantis (compie gli anni a novembre). A Lafayette è salito di un altro centimetro, fissando a 5,93 il mondiale di categoria nel salto con l'asta. Breve escursus tra i risultati del fine settimana USA: l'esordio del campione del mondo 2015 di getto del peso Kovacs (20,73). Il 20,80 di un altro pesista in grande progresso, il 22enne Otterdahl al primo over-20 in pedana.
DAVIS STELLA FILANTE - Ancora prestazioni inimmaginabili da parte di giovanissime star dello sprint. Tamari Davis (15 anni) ha illuminato le finali High School della Florida in uno stordente 22.48 sui 200 (vento quasi al limite, ma legale), il crono più veloce di sempre nella sua categoria di età. Il primatista mondiale Under 18 Anthony Schwartz ha corso i 100 metri in 10.07 (2.5 di vento). Cresce sempre più anche la 21enne Gabrielle Thomas: dopo il clamoroso 22.38 indoor per condire il titolo NCAA al coperto, e il progresso all'aperto in 22.32, è di poche ore fa una magnifica frazione di 4x400 coperta in 49.44.
BENTORNATA SHELLEY-ANN - Rientro della pluri-olimpionica Shelly-Ann Fraser-Pryce dopo la maternità. A Kingston ha corso i 100 chiudendo in 11.52, battuta da Shericka Jackson (11.31). Ha tempo e tenacia. Orizzonte Francia con gli interclubs: tra le cose migliori, il progresso di due decimi abbondanti dello sprinter di origini senegalesi Mouhamadou Fall (10.14 con vento nella norma), i 76 metri di Bigot nel martello, il primo 200 di Lemaître in 20.84. Oltre le Alpi, due giavellottisti meritano attenzione: la polacca Marcelina Witek (66,53 a Bialogard) e il greco Paraskevás Batzávalis, primatista nazionale Under 23, che nella Tripoli greca è rientrato dopo un lungo stop per infortunio con 85,46.

Crippa da record a Palo Alto: è il sesto italiano di sempre nei 5000

Al meeting californiano, il 21enne ferma il cronometro a 13:18.83, nuovo personale e prestazione che lo mette in fila solo ai mostri sacri dell'atletica italiana, da Antibo a Di Napoli
Un primato personale di grande valore tecnico arriva dalla notte californiana del Payton Jordan Invitational di Palo Alto (California), portando un po’ di entusiasmo nell’esangue mezzofondo prolungato azzurro.
SUPER CRIPPA Il protagonista è il 21enne trentino Yemaneberhan Crippa che nei 5000 metri del meeting americano si piazza al quarto posto con un notevole 13:18.83. Sesta prestazione italiana di sempre dopo cinque grandi campioni del passato come Salvatore Antibo (13:05.59), Francesco Panetta (13:06.76), Alberto Cova (13:10.06), Stefano Mei (13:11.57) e Genny di Napoli (13:18.49). Probabile anzi, vista la sua giovane età e le sue qualità organiche ed agonistiche, che possa scavalcare in tempi abbastanza brevi qualcuno se non tutti questi cinque mostri sacri. Intanto, in attesa di vedere cosa succederà nei prossimi mesi, Crippa ha già cancellato, dopo quasi 33 anni il precedente primato under 23 dei 5000 metri di 13:20.93, stabilito il 27 luglio del 1985 da Francesco Panetta al meeting di Oslo. Altra nota di giornata. Sono passati più di vent’anni da quando un altro azzurro, Genny Di Napoli, con 13:18.49, nel 1997 a Stoccolma, sia poi riuscito a realizzare un crono di questo livello tecnico.
GARA IN PROGRESSIONE A Palo Alto il ragazzo trentino classe 1996 ha corso con grande saggezza tattica, restando coperto nei primi due chilometri e poi diventando sempre più attivo nel gruppo di testa fino al momento dello sprint finale. Questi suoi passaggi gara: 32.50 (200), 1.06.50 (600), 1.02.80 (1000). PRIMO CHILOMETRO : (2.41.9) : 1.02.70 (1400), 1.04.30 (1800), 1.04.50 (2200) SECONDO CHILOMETRO : (5.21.20): 1.04.80 (2600), 1.06.4 (3000). TERZO CHILOMETRO : ( 8:04.70): 1.04.50 (3400), 1.04.20 (3800), 1.04.90 (4200) QUARTO CHILOMETRO : (10.45.20), 1.01.70 (4600), 58.57 (5000). FINALE: 13.18.83. ULTIMO CHILOMETRO in 2.33.60. La gara è stata vinta dal norvegese Henrik Ingebrigtsen in 13.16.97, per soli 4 millesimi di secondo sullo statunitense Riley Master, accreditato dello stesso tempo e autore del miglior crono nell’ultimo giro di gara con 55:05 rispetto ai 56.27 di Ingebrigtsen. Serratissima anche la volata per il terzo posto con un altro americano, Justin Knight, che è riuscito a precedere per soli 9 centesimi il nostro Crippa.
MINIMO IN CASSAFORTE Con la sua grande prestazione Yemaneberhan Crippa ha conseguito anche il minimo di partecipazione per i campionati europei di Berlino di 13.30. Il suo precedente primato all’aperto era di 13:36.65 realizzato il 6 giugno del 2016 a Bellinzona. L’alfiere delle Fiamme Oro aveva invece fatto molto meglio al coperto il 18 febbraio del 2017 correndo in 13.23.99 al meeting di Birmingham.
giorgio rondelli da gazzetta.it

Atletica, doping choc: il keniano Kiprop, re dei 1500, positivo all’Epo
Il 28enne sarebbe stato pescato a un controllo di dicembre. Nella specialità vanta un oro olimpico (Pechino 2008) e tre mondiali consecutivi (2011-2015). "Perché rovinare così tutto quel che ho fatto dal 2007?". E’ gestito da Rosa, manager bresciano
Un clamoroso caso-doping squassa la vigilia del meeting di Doha, prima tappa della Diamond League 2018. A finire nelle rete è un pesce grossissimo, il 28enne keniano Asbel Kiprop, nei 1500 campione olimpico 2008 e tre volte iridato. A far ancora più fragore, in chiave italiana, è che il suo manager è il bresciano Federico Rosa, nel recente passato già coinvolto in situazioni analoghe, con importanti atleti dello spesso Paese.
IL CASO — Kiprop sarebbe risultato positivo all’Epo in un controllo del dicembre 2017 non successivo a una gara. Già da martedì sera girava voce di un nuovo importante atleta keniano finito nei guai per aver assunto sostanze illecite, ma il relativo nome è emerso solo nelle scorse ore. Ed è, appunto, un nome di quelli che scottano. Kiprop, sui 1500, con 3'26"69 (crono del 2015), è al terzo posto della lista mondiale all-time alle spalle del marocchino Hicham El Guerrouj (3’26”00) e dello statunitense Bernard Lagat (3'26"34). Soprattutto è da un decennio ai vertici della specialità. Ai Giochi di Pechino 2008, a 19 anni, fu secondo preceduto sul campo da Rashid Ramzi, portacolori del Bahrein poi squalificato per... doping (Cera) con sua conseguente promozione all’oro. Asbel poi, un fisico da fenicottero e un’azione da manuale, è stato campione del mondo a Daegu 2011, Mosca 2013 e Pechino 2015. Sesto all’Olimpiade di Rio 2016, nono lo scorso anno ai Mondiali di Londra, in questa stagione non aveva ancora gareggiato.
LA DIFESA — "Leggo che sarei risultato positivo – ha sostenuto – posso solo dire che sono sempre stato in prima linea nella lotta al doping: come potrei rovinare così tutto quel che ho fatto a livello internazionale dal 2007 in avanti? Spero con tutto il cuore di riuscire a dimostrare che sono un atleta pulito". Proprio Kiprop era stato tra i più vicini a Rosa, con cui lavora dal 2008, quando il manager era rimasto coinvolto nelle positività, sempre per Epo, delle maratonete Jemima Sumgong, oro olimpico 2016 e Rita Jeptoo, ex vincitrice a Boston e a Chicago. Se anche il tutto verrà confermato, difficilmente Kiprop perderà retroattivamente i suoi titoli. Per la cronaca, nelle occasioni clou, alle sue spalle si sono piazzati il neozelandese Nick Willis (Olimpiade 2008), il keniano Silas Kiplagat (Mondiali 2011), lo statunitense Matthew Centrowitz (Mondiali 2013) e l'altro keniano Elijah Manangoi (Mondiali 2015). Kiprop, per la prima volta dal 2010, venerdì sera non sarebbe comunque stato in gara a Doha. Salgono intanto a oltre 40 i casi-doping con al centro atleti keniani da dopo i Giochi di Londra 2012.
andrea buongiovanni da gazzetta.it

Amburgo, dominio etiope: vincono Deksisa e Shitaye
Il 24enne batte di 20 secondi il connazionale Tado: ancora male Mutai, che chiude nono in 2h11:57. Tra le donne, sesta la Moraa Anderson
Doppietta etiope nella 33° edizione della Maratona di Amburgo che ha visto al via circa 15.000 podisti. In una giornata calda con oltre 20 gradi di temperatura si sono imposti il 24enne Solomon Deksisa, con l’ottimo crono di 2h06:34 e con 20 secondi di vantaggio sul connazionale Abate Tado, 2° con 2h06:54. Molto buono anche il crono di Eshete Shitaye, la 27 enne vincitrice della gara femminile con 2h24:51. Nell’occasione non sono stati battuti i due primati della gara di Eliud Kipchoge (2h05:30) del 2013 e di Meselech Melkamu (2h21:54) del 2016.
GARA MASCHILE Migliore certamente la gara maschile rispetto a quella femminile sul piano tecnico. con ben cinque atleti sotto le 2 ore e 8 minuti. Dopo i già citati Deksisa, che ad Amburgo ha sfiorato il suo personale di 2h06:22 realizzato due anni fa a Rotterdam, e Tado troviamo infatti l’etiope Ayele Abshero con 2h07:19, il keniota Solomon Yego con 2h07:37 e l’ugandese Stephen Kiptotich, campione olimpico nel 2012 a Londra e mondiale nel 2013 a Mosca, con 2h07:57. Non riesce invece ad uscire dalla sua lunga crisi che oramai va avanti da un quadriennio il keniota Emmanuel Mutai, molto distante dalla forma che nel 2014 a Berlino gli consentì di realizzare con 2h03:13 la quarta prestazione mondiale di sempre. Ad Amburgo il campione keniota ha concluso la sua fatica in nona posizione con 2h11:57, dopo Vincent Kipruto 6° con 2h10:31, Stephen Chebout 7° con 2h10:33 e Aychew Banti 8° con 2h11.16.
GARA FEMMINILE Tempi di rilievo solo per le prime tre classificate, le etiopi Eshete Shitaye (2h24:51), Birke Debele (2h25:28) e per Mimi Belete Gebregeiorges (2h26:06), atleta che gareggia per il Barhein, ma a sua volta etiope di nascita. Quarta la keniota Silvia Kibet con 2h30:27 davanti all’etiope Kuftu Tahir 5^ con 2h34:35 e 6^ la svedese Isabellah Moraa Andersson con 2h34:52. Fresca reduce dalla sua seconda maternità la 37 enne fondista svedese di origine keniota ha così ampiamente realizzato il tempo minino (2h38:00) per partecipare ai campionati europei in programma a Berlino dal 5 al 12 agosto prossimo.

Maratona di Londra, tris di Kipchoge. Farah terzo
Il campione britannico firma il nuovo record nazionale e si rende protagonista di un imprevisto al rifornimento. Tra le donne trionfa la keniana Creruivot
L’immagine della regina Elisabetta II che dà il via dai giardini di Windsor all’edizione numero 38 della maratona di Londra è già storia di una delle gare su strada più affascinanti del mondo. Ma ci sono altre vicende che rendono la prova di oggi una di quelle che saranno ricordate a lungo: il terzo successo del keniano Eliud Kipchoge nella prova maschile, la prima vittoria della keniana Vivian Creruiyot in quella femminile, l’ottavo trionfo di David Weir nell’handbike e il terzo posto di Mo Farah, che ha stabilito il nuovo primato britannico. Anche la confusione ai rifornimenti, provocata dallo stesso Farah, che ad un certo punto ha “lisciato” la sua bevanda di riferimento, si consegna all’immaginario di questa manifestazione sportiva planetaria. Una mattinata di sport straordinaria, baciata dal sole e dai 21 gradi: non è stata la maratona londinese più calda di sempre, ma forse la più bella in assoluto.
TRIS Il campione olimpico dei Giochi di Rio 2016, il keniano Eliud Kipchoge, ha vinto per la terza volta a Londra, dominando la gara dai primi metri. Il tempo di 2h04’’16 non è il migliore in assoluto ottenuto dal fuoriclasse di Kapsisiywa, 33 anni – nel 2016 chiuse in 2h03’05’’ -, ma il caldo ha tolto qualcosa anche a lui. Secondo, con trenta secondi di ritardo, l’etiope Tola Shura Kitata. Terzo Mo Farah, che con la misura di 2h06’21’’ ha stracciato il primato britannico di 2h08’16, ottenuto dal gallese Steve Jones nel 1985.
LA PRIMA Nella gara femminile, trionfo della keniana Vivian Cheruiyot, 33 anni, originaria della mitica Rift Valley. La Cheruiyot, 1 oro, 2 argenti e un bronzo olimpici, più quattro ori e 1 argento ai mondiali, dominatrice per diverse stagioni sui 5 mila – soprattutto – e 10 mila, era alla sua seconda partecipazione alla maratona di Londra. La sua prestazione è stata un crescendo entusiasmante. Dopo una prima parte nel segno di Mary Keitany, partita con l’obiettivo di abbattere il primato “mixed race” di Paula Radcliffe nella corsa – stabilito nel 2003 -, all’altezza del 30 km è maturata la svolta. La Keitany ha cominciato ad accusare la fatica e la Cheruiyot ha cambiato marcia, prendendo il comando delle operazioni e chiudendo con il tempo di 2h18’31’’, quasi due minuti di vantaggio sulla seconda, la connazionale Brigid Kosgei (2h20’13’’). Terza l’etiope Tadelech Bekele (2h21’30’’).
HANDBIKE Il britannico David Weir, 38 anni, alla diciannovesima partecipazione alla gara di Londra, si è consegnato alla leggenda con l’ottavo trionfo. Tempo: 1h, 31’15’’. Secondo l’eterno rivale, lo svizzero Marcel Hug. Terzo lo statunitense Daniel Romanchuk. Nella prova femminile, successo a sorpresa dell’australiana Madison de Rozario, 24 anni, originaria di Perth. Appena una settimana fa aveva trionfato nei Giochi del Commonwealth. Seconda la statunitense Tatyana McFadden, terza un’altra atleta degli Stati Uniti, Susannah Scaroni.


MARATONE, PARIGI E ROTTERDAM - Il bellissimo epilogo della Paris Marathon è stato fortemente voluto dagli organizzatori: le donne sono state fatte partite prima degli uomini valutando nel distacco dell'ultima edizione tra i due sessi il gap ideale per un arrivo il più possibile simultaneo, e così è stato oltre le previsioni più azzardate. Paul Lonyangata (2h06:25, bis del successo 2017) e Betsy Saina (2h22:55 alla prima 42 km completata) sono arrivati al traguardo a distanza di pochi secondi, dopo che Lonyangata ha raggiunto e superato la connazionale a meno di 200 metri dal finish. La Saina ha difeso coi denti il primo posto, dopo essere stata quasi raggiunta dalla keniana Ruth Chepngetich (2h22:59). Stesso bellissimo abbrivio per le coppie dei secondi, dei terzi e addirittura dei quarti classificati. Sul podio parigino salgono anche Mathew Kisorio (2h06:36) e Ernest Ngeno (2h06:41), e l'etiope Gulume Chala (2h23:06). Grandi crono anche per Ashete Bekele (2h23:27) e Stella Barsosio (2h23:43). Ancora più veloce la maratona di Rotterdam, vinta dall'esordiente Kenneth Kipkemoi in 2h05:42 con altri tre africani in otto secondi, gli etiopi Abera Kuma (2h05:50) e Kelkile Gezahegn (2h05:57) e il keniano Laban Korir (2h05:58). Tra le donne con ampio distacco vittoria della favorita Visiline Jepkesho in 2h23:47.

BERLINO, UFO KIPTANUI 58:42! - Alla seconda mezza maratona della carriera, e alla terza apparizione in Europa (tutte vinte), il keniano Erick Kiptanui ha compiuto un piccolo capolavoro vincendo la 21,097 km di Berlino a tempo-record, 58:42, miglior prestazione mondiale dell'anno pareggiata e quinto crono all-time, a 19" dal primato mondiale e a 9" da quello keniano. Parziali-monstre: 27:32 al 10° km, 41:38 al 15°.

Meno risonante il successo femminile dell'etiope Melat Yisak Kejeta in 1h09:04, conosciuta in Italia per il successo nella mezza di Torino 2011 all'età di 19 anni, davanti alla svizzera Martina Strähl (1h09:24), capace di migliorare il record nazionale. A Hannover 42 km vinta dall'etiope 34enne Seboka Nigusse in 2h09:44 e da Agnes Jepkemboi Kiprop in 2h32:35.

ISTANBUL VELOCISSIMA - Grandi prove etiopi nella mezza di Istanbul, corredate con crono di vertice: si sono imposti Amdework Walelegn in 59:50 e Ababel Yeshaneh in 1h06:22, a una manciata di secondi dal record nazionale femminile. Walelegn (19 anni appena compiuti) ha preceduto l'altro etiope Asefa Tefera (1h00:07) e il turco ex-keniano Kaan Kigen Ozbilen (1h00:08, sesta prestazione europea all-time e record nazionale). La Yeshaneh ha invece battuto la connazionale Roza Dereje (1h07:00, vincitrice della Dubai Marathon in 2h19:17) e la keniana Diana Chemtai Kipyokei (1h07:55).

Walsh, il record nelle braccia

Partiti i XXI Giochi del Commonwealth a Gold Coast. Il pesista campione del mondo lancia a 22,45 in qualificazione minaccia il record mondiale nella finale di domani

Chi ben comincia è a metà dell'opera ma, proverbi e detti popolari a parte, per il campione del mondo di getto del peso Tom Walsh la vetrina dell'estate australiana di Gold Coast potrebbe davvero rappresentare un punto di svolta. La scorsa notte (per noi) Walsh è sceso in pedana per le qualificazioni, nel programma della prima giornata del programma di atletica dei Commonweath Games. Questione archiviata, ma con un lancio "storico" di 22,45, primato della manifestazione e misura che, con le sole eccezioni delle finali olimpiche di Seul '88 e Rio 2016, sarebbe stata sufficiente per staccare il tagliando dell'oro in tutte le altri grandi finali, sia a cinque cerchi che iridate. Domani, ora di pranzo in Italia, Walsh lancerà contro se stesso (22,67 il recente record personale e miglior lancio mondiale degli ultimi tre lustri) per cercare di avvicinare i 23 metri e, perché no, il primato del mondo di Randy Barnes, il 23,12 bisognoso di una lustrata dopo ventott'anni.

IL MATTINO HA L'ORO IN BOCCA - Altro proverbio che ben si addice alla location, quella Gold Coast in affaccio sull'oceano, teatro dei XXI Giochi del Commonwealth, ricchi di grandi big dell'atletica mondiale e orfani di qualche nome celebre, come Wayde van Niekerk, Sally Pearson e Andre De Grasse. Ha fatto tesoro del proverbio il primo medagliato d'oro dell'edizione 2018, il marciatore di casa Dane Bird-Smith, primo in 1h19:34 (primato dei Giochi) dopo essersi scrollato di dosso l'inglese Bosworth (1h19:38, prima medaglia british). Terzo e poco distante in 1h19:51 il keniano Gathimba. Sembra strano, ma è il secondo keniano a toccare il bronzo nella manifestazione, dopo l'impresa del connazionale Kimutai nel 2002.

RECORD & RECORD, FESTA DEI MARTELLISTI - Bella coincidenza: mentre il favorito Nick Miller vinceva il titolo di Gold Coast col il record nazionale britannico portato a 80,26 (anche miglior lancio 2018 e primato della manifestazione), nella lontana Louisiana il quasi 19enne Jake Norris aveva lanciato da poche ore il martello da sei chilogrammi a 79.55, primato britannico di categoria. Miller ha anche superato il primato del suo coach, il finalista olimpico '88 Tore Gustafsson, che lasciò l'attività con un personal best di 80,14. Gli altri titoli della prima giornata: il vice-campione del mondo dei 10000 Joshua Cheptegei ha riportato l'oro dei 5000 metri all'Uganda a distanza di otto anni in una gara tattica vinta in 13:50.83 ma senza avversari di grande rilievo, cosa che invece troverà (se deciderà di doppiare) sui più complicati 10000. Marcia tutta "aussie" con il successo di Jemima Montag in 1h32:50.

Nelle semifinali dei 100 metri, Yohan Blake è stato il miglior uomo in 10.06 sul caimano Hyman (10.10) e Adam Gemili (10.11), e Asha Philip la miglior ragazza in 11.21.

PREVIEWS - La manifestazione si concluderà domenica prossima: tanti i primati in pericolo, con ossevati speciali proprio Walsh e Luvo Manyonga, che ambisce a una prestazione eccezionale ma troverà proprio in casa (Samaai) il contendente più pericoloso. Tra i big in pista e in pedana, ricordiamo la presenze degli altri sudafricani Munyai sui 200 (fresco di 19.69) e Semenya (800 e 1500), dei keniani Elijah Manangoi, Timothy Cheruiyot, Conseslus Kipruto e Hellen Obiri, degli altri africani Isaac Makwala e Nijel Amos, degli inglesi Andrew Pozzi e Katarina Johnson-Thompson, delle caraibiche Elaine Thompson e Shaunae Miller-Uibo e delle migliori atlete dell'Oceania: le "kiwi" Eliza McCartney e Valerie Adams e le big di casa Dani Stevens-Samuel e Kathryn Mitchell.

GARDINER & NORMAN - In USA l'attività primaverile prelude a grandi cose sui 400 uomini. Il bahamense Steven Gardiner ha distrutto il record nazionale dei 200 (20.16) correndo in 19.75 in Florida. Il personale di Gardiner risaliva a un 20.20 corso dieci giorni fa. Il primatista mondiale indoor dei 400 metri Michael Norman ha corso anche lui i 200 nel fine settimana, migliorando di 0.08 il personale nel Sun Angel Classic di Tempe, fino a 20.06 con forte vento in faccia in rettilineo. Sempre a Tempe il 20enne Quincy Hall, proprio sui 400, ha corso il miglior tempo della stagione in 44.60, precedendo di soli due centesimi Paul Dedewo, mezzo secondo limato al personale, e il campione del mondo di martello Fajdek ha sfiorato gli 80 metri con 79,43.

MIX OUTDOOR E PREVIEWS - Tra le cose migliori del weekend americano, 22.32 di Gabrielle Thomas, la tripla sessione di lanci della versatile Ewen, 19,22 nel peso, 61,27 nel disco e 74,53 nel martello (Tempe), il 22.64 di Lynna Irby (Athens), la nuova world lead (42.50) della 4x100 donne della Louisiana (Baton Rouge). La martellata della Ewen (a 3 cm dal personale), migliora il vertice stagionale ottenuto pochi giorni fa dalla cinese Luo Na con 73,71. In arrivo, il tentativo di record nazionale della staffetta 4x100 statunitense alle Tennessee Relays di Knoxville sabato prossimo, con un quartetto comprendente Justin Gatlin, Christian Coleman, Ronnie Baker e Michael Rodgers. Il limite ufficiale, al netto delle squalifiche (vedere Londra 2012) è di 37.38.

BOSTON CON KIRUI - Su strada, la prossima tornata di maratone comprende soprattutto la 42 km di Boston lunedì 16 aprile, con un cast superbo: al via il campione del mondo Geoffrey Kirui atteso dagli etiopi Tamirat Tola, Lemi Berhanu e Lelisa Desisa, dai connazionali Kigen, Wilson e Evans Chebet e Kandie e dal bronzo olimpico Galen Rupp, reduce dal successo nella Roma-Ostia. Il cast femminile comprende, oltre alle star locali Flanagan (prima a New York) e Hasay, i nomi della vincitrice di un anno fa Edna Kiplagat e delle etiopi Aselefech Mergia, Buzunesh Deba e Mamitu Daska.

La redenzione del 'tossico': Luvo Manyonga ora è un esempio nella città della droga
Luvo Manyonga il lunghista è una delle stelle dei Giochi del Commonwealth. Un passato drammatico, gareggerà a Gold Coast in Australia in una città che ha il triste record della proliferazione dell'uso di metanfetamina. Un'epidemia di eccessi che sta uccidendo i teenagers
Luvo Manyonga era un tossico. Luvo Manyonga è il lunghista più forte del mondo. In cinque anni il mondo si è ribaltato. Era ancora giovanissimo quando si rese conto che la vita era una sequenza di spigoli e che quella cosa che chiamano infanzia era un miscuglio di false certezze e sofferenza interiore. Era adolescente quando approfondì il tema scoprendo di non riuscire più a muoversi senza il peso della sordida angoscia coltivata in famiglia, da quel padre e da quella madre, camionista e domestica a ore, che si interessavano a lui come ci si può interessare ad una zavorra che ti spinge a fondo: "Non mi hanno fatto mancare niente ma erano distanti". Iniziò a drogarsi. Poco, sempre più, troppo. Luvo si guardava intorno e non vedeva altro che macerie. Non gli avevano insegnato la curiosità, non lo avevano mai stimolato a credere in se stesso. Sapeva solo di essere nato a Mbekweni, a un'ora di macchina da Città del Capo, ma che era meglio che quel nome venisse pronunciato il meno possibile. Luvo si frugava nelle tasche e ogni giorno scopriva che non c'era nulla da stringere. Quando rialzava la testa, al termine dell'inutile e quotidiana ricerca, il suo sguardo non era cambiato. Era solo un po' più triste di prima. Fu così che s'inventò un personaggio: "Io sono quello felice". Ma non era vero. Aveva convissuto con un benessere superficiale. Si avvicinò all'atletica. Funzionava. I suoi compagni d'allenamento lo raccontavano "full of joy". Ma rimaneva quell'ombra di dolore e ogni tanto Luvo ricadeva nel buco. Era forte ma era come se qualcuno o qualcosa lo tirassero indietro.
Quando gli morì il suo primo allenatore, Mario Smith, nel giugno del 2014, Luvo entrò nella spirale più atroce. Gli si leggeva la morte in faccia: la sua però, non quella del suo allenatore. Di lui scrissero: "Ha due strade: o sale su un podio olimpico o muore prima dei 30 anni". Per non soffrire più aveva deciso di soffrire di più: si era trasformato in un tossicodipendente, assumeva metanfetamina, il "crystal meth", che si trova ovunque, che stermina i giovani, che fa sentire giganteschi e poi ti annienta. Luvo Manyonga è una delle stelle della nuova atletica, il passato si è dissolto, ha scelto la prima strada, quella luminosa. Un irlandese esperto di sport e di uomini gli è stato vicino, John McGrath. Con Semenya e Van Niekerk, Luvo compone il trio che guida il carrozzone dell'atletica sudafricana, è uno da 8,65 (saltato nell'aprile del 2017), uno che a Rio ha conquistato quel podio che rappresentava l'alternativa alla morte e che lo scorso anno a Londra è diventato campione del mondo.
Luvo Manyonga sarà la punta tecnica e mediatica dei Giochi del Commonwealth che iniziano oggi a Gold Coast in Australia (qualificazioni del lungo giovedì), in una città che calza alla perfezione ed è metaforicamente perfetta per completare la sua esperienza di vita, quasi obbligandolo a un impegno morale per sostenere chi come lui ha visto i demoni entrargli nel cuore: Gold Coast è infatti la città che sta vivendo più di altre, nel Queensland, una drammatica proliferazione dell'uso di metanfetamina, della "crystal meth" nota anche come "ice". Un'epidemia di eccessi che sta uccidendo i teenagers. La stessa materia di cui Luvo per qualche tempo voleva che fossero fatti i sogni, dilaga da quelle parti e a nessuno importa di ritrovarsi sdraiato per terra con arresti cardiaci a 40 anni, ammesso che ci arrivi, con psicosi e blocchi renali: conta solo l'euforia del momento e Luvo conosce quella sensazione di fragile onnipotenza.
I paramedici di Gold Coast hanno lanciato l'allarme: "Quattro overdose a festa". Ambulanze che sfrecciano nella notte. In meno di dieci anni la diffusione del "ghiaccio" è aumentata del 250%. "Vorrei prenderli uno per uno e dir loro: ragazzi avete preso la strada della morte, la strada sbagliata", dice Manyonga. Ma il suo messaggio non può arrivare agli interessati, perché sono i meno interessati di tutti: "Loro non ascoltano, lo so, la teenage despression è un mostro difficile da combattere, io avevo 18 anni quando ho cominciato a drogarsi e a perdermi. E a alla fine non è neppure questa la verità: la verità è che quando cominci a perderti vuol dire che ti eri già perso prima, tanto tempo prima. E in quel momento non avevo più grandi problemi economici, a
volte è la ricchezza che distorce e uccide, trasforma i desideri". La città chiede aiuto al Batman del lungo: "Se vinci qualcuno racconterà con parole forti la tua storia", hanno detto alla tv. Con Luvo come spontaneo testimonal, magari quel miliardo e mezzo di sterline investite dal governo australiano per scongelare il "ghiaccio" nelle vene dei suoi disperati ragazzi un giorno produrrà qualcosa. Un salto nel buio per riportare la luce.
di ENRICO SISTI repubblica.it

Meucci fa il suo personale, ma non sfonda il muro

Primato personale con 2 ore 10 minuti e 45 secondi e sesta piazza finale per Daniele Meucci alle Lake Biwa Marathon di Otsu in Giappone. Con un piccolo incremento di 11 secondi. Ma ancora una volta sopra il piccolo-grande muro delle 2 ore e 10 minuti. Quello che segnala l’entrata nell’ampio ghota della maratona, visto che nel 2017 ben 153 atleti hanno corso sotto questo tempo.
GALOPPATA ESALTANTE Eppure mai come stavolta, alla sua decima esperienza in maratona, sembrava che per il 32 enne fondista azzurro fosse arrivata la volta buona per centrare l’obiettivo di giornata. Anzi addirittura buonissima. Il passaggio a metà gara in 1h03:58, con parziali di 30.22 (10km) e di 30.17 (20 km), quindi ancora 1h31:04 al 30° km (30.25) per una media complessiva di 3.02 al km, con una proiezione finale appena sopra le 2 ore e 8 minuti facevano prevedere un grande crono finale. Anzi addirittura esaltante.
LA CRISI Poi improvvisamente si è spenta la luce. Il passaggio al 40° km in 2h03.40, con un parziale di 32.36, cioè di 3.15 al km, spegneva di colpo tutti i sogni di gloria. Molto sofferti anche i 2 km e 195 metri finali percorsi dall’ingegnere pisano in 7.05, mantenendo più o meno la stessa media di 3.15. Cosa può essere successo?
IL RIFORNIMENTO LENTO Meucci fa risalire nella fatica supplementare fatta fra il 25° ed il 27° km per colmare, forse troppo violentemente, il ritardo accumulato dal gruppo di testa ad un rifornimento, l’inizio della successiva crisi sofferta dal 30° km all’arrivo. Si può dargli credito, anche perché correndo già sui suoi limiti possono essere state fatali anche poche centinaia di metri fatte ancora più velocemente per mandarlo in debito d’ossigeno. Meno significativo invece sottolineare che l’azzurro abbia poi recuperato parecchie posizioni nel finale visto che andando già lui a 3.15 al km si trattava evidentemente di atleti in totale crisi
GARA IN PROGRESSIONE Crisi post rifornimento a parte, si ha comunque la sensazione che Meucci sia un corridore formidabile nelle maratone con in palio un titolo. Quando il tatticismo fa sì che per la prima metà gara il ritmo non sia esasperato, ma che poi vada in continuo crescendo di velocità. Rimanendo sul piano teorico, anche alla luce del suo personale sui 10.000 metri di 27:32.86, l’allievo di Massimo Magnani ha sicuramente il potenziale per correre la distanza della maratona fra 2h08 e 2h09.
POCA FORTUNA Certamente finora non è stato molto fortunato. Proprio ad Otsu nel 2015, quando giunse secondo in 2h11.10 fu penalizzato da una giornata infame caratterizzata da una pioggia battente. Rimane il fatto, se vogliamo anche singolare, che a otto anni dall’esordio sui 42 km e 195 metri avvenuto a Roma nel 2010, Meucci, campione europeo di maratona in carica abbia ancora un personale da seconda fascia a livello internazionale. Tuuti i suoi quattro migliori tempi si collocano fra le 2h11:10 (Otsu 2015), le 2h11:02 (Zurigo 2014), le 2h10:56 (Londra 2017) ed ancora il recentissimo 2h10:45 di stanotte ancora ad Otsu. Tutti crono molto vicini fra di loro con una media al km compresa fra 3.06 e 3.06.05 al km.
PROVA POSITIVA. Comunque sia una prova positiva verso i prossimi europei di Berlino (5-12 agosto). Il nuovo primato personale di Meucci di 2h10:45 di Otsu è il terzo realizzato da atleti azzurri nel giro di sette giorni dopo quelli di Stefano La Rosa con 2h11:08 e di Giovanna Epis con 2h29:41 ottenuti invece lo scorso 25 febbraio a Siviglia.
IL POKERISSIMO DI OTSU Tornando a parlare della gara di Otsu rimane da segnalare i nomi ed i tempi dei cinque atleti arrivati al traguardo prima di Meucci. Un autentico festival dei debuttanti vedi il successo del keniota Macharia Ndirangu con 2h07:53, davanti al connazionale Alberto Korir 2° con 2h08:17. Quindi circolino rosso per l’esordiente neozelandese Jake Robertson autore di un pregevole 2h08:26. Infine al quarto e quinto posto un altro keniota Michael Githae con 2h09:21 davanti all’etiope Abera Kuma 2h09:31.


760mila euro per uno sprint: Shitara, il giapponese d’oro che ha fatto innamorare Tokyo
Il giapponese con un finale pazzesco fa il record nazionale (2h06’11”) che gli vale il ricco bonus. Ed è già testimonial Honda
Dickson Chumba ha vinto la maratona di Tokyo in 2 ore 5 minuti e 30 secondi al termine di una gara da metronomo (1h02’44” il passaggio a metà gara) e ha salvato l’onore del Kenya perché l’atteso Wilson Kipsang, che aveva dichiarato di essere pronto a riprendersi il primato mondiale, è stato costretto al ritiro al 16° km per problemi allo stomaco. Trentuno anni, da cinque uno dei più solidi maratoneti al mondo (come dimostrano le vittoria a Chicago nel 2015 e sempre a Tokyo nel 2014), Chumba ha allungato negli ultimi 5.000 metri per fare passerella nel finale. Ma alle sue spalle è accaduto davvero di tutto. Con un protagonista nuovo, che ha fatto impazzire il Giappone.
RIMONTA Yuta Shitara, 26 anni, ha rimontato posizioni su posizioni superando a velocità doppia chi lo precedeva: al 38° chilometro ha preso e lasciato sul posto il connazionale Inoue, al 40° ha salutato Kipketer e a 1500 metri dal traguardo ha vinto in poche battute la resistenza di Kipruto per chiudere secondo con un tempo strepitoso: 2h06’11”, nuovo record giapponese. Shitara ha abbassato di quasi tre minuti il suo personale stabilito a Berlino nel 2017 quando finì sesto solo 8 giorni dopo aver corso la mezza di Ustì Nad Labem (R. Ceca) in 1h00’17”, primato nazionale. Il secondo posto nella maratona di Tokyo vale tanto anche a livello economico perché Yuta è stato premiato con un assegno da 100 milioni di Yen, circa 760.000 euro.
RICCO Ma per il 26enne maratoneta giapponese i soldi non sono un problema. Da qualche tempo è infatti sponsorizzato dalla Honda, in prima linea insieme ad altri colossi come Toyota, Konica e Hitachi, negli investimenti sullo sport e sulla maratona in particolare. Così, in vista dell’Olimpiade di Tokyo 2020, sono stati stanziati ricchi bonus per i maratoneti giapponesi più meritevoli. Chi va sotto le 2 ore e 7 minuti, per esempio, incassa 10 milioni di Yen: 76.000 euro. Yuta Shitara a Tokyo ha fatto impazzire il pubblico ai bordi della strada e, al contrario di quanto direbbe il suo fisico (1.67 per 47 chili) per i runner locali è già un gigante. C’è chi sostiene che il suo vero rivale nei prossimi anni sarà il gemello Keita che ha già personali importanti sui 10.000 metri (27’51”) e sulla mezza (1h01’12”) e potrebbe presto passare seriamente alla maratona. La storia di due gemelli maratoneti in Giappone non è una novità. Prima di Yuko e Takayuki Matsumiya (2h09’18” nel 2005 e 2h09’28” nel 2012), tra gli Anni 70 e 80 Takeshi e Shigeru So, con tempi allora di primissima fascia (2h08’55” e 2h09’06”), contribuirono a fare della maratona un fenomeno popolare. Si narra che, qualche metro dopo i rifornimenti, c’era la corsa a raccogliere da terra le loro borracce vuote. Solo per il fatto di essere state “baciate” dalle labbra di uno dei gemelli So si erano trasformate, in pochi secondi, da anonimi oggetti in plastica a memorabilia.
Uomini: 1. D. Chumba (Ken) 2h05’30”; 2. Shitara 2h06’11”; 3. A. Kipruto (Ken) 2h06’33”; 4. G. Kipketer (Ken) 2h06’47”; 5. Inoue 2h06’54”; 6. F. Lilesa (Eti) 2h07’30”.
Donne: 1. B. Dibaba (Eti) 2h19’51”; 2. Aga (Eti) 2h21’19”; 3. Cragg (Usa) 2h21’42”.

Siviglia da record per Epis e La Rosa: si vola a Berlino!
Gli azzurri firmano i loro personali che rappresentano le seconde miglior prestazioni stagionali azzurre nelle rispettive categorie, alle spalle di Bertone e Meucci
Trasferta da applausi alla maratona di Siviglia per gli azzurri Stefano La Rosa e Giovanna Epis: per entrambi un piazzamento di prestigio, 7° il fondista grossetano, 6° la maratoneta veneta, ma soprattutto un nuovo primato personale per entrambi sulla distanza dei 42 km e 195 metri.
DOPPIO RECORD Stefano con 2h11:04 ha migliorato di 7 secondi il precedente 2h11:11 realizzato nel 2015 ad Amsterdam; clamoroso invece il miglioramento di Giovanna,cche con 2h29:38 ha letteralmente demolito il precedente 2h32.31 ottenuto nell’ottobre scorso sempre ad Amsterdam, abbattendolo così di quasi tre minuti! Entrambi tesserati per il Gruppo Sportivo Carabinieri Bologna, La Rosa ed Epis si vanno così ad inserire al secondo posto nelle liste stagionali 2017/2018 della maratona azzurra in vista delle selezioni per gli europei di Berlino (5-12 agosto). Tra gli uomini, il primo è Daniele Meucci con 2h10:56, tempo realizzato ai mondiali di Londra, mentre tra le donne Catherine Bertone con 2h28:34, tempo ottenuto alla maratona di Berlino 2017.
I PASSAGGI GARA DI LA ROSA La Rosa, che si allena nel Tuscania Camp in periferia di Siena, è passato in 31:14 ai 10 km, 46: 54 ai 15 km ed in 1h06:02 a metà gara: poi ha incrementato il ritmo, transitando prima in 1h18:18 ai 25 km, quindi in 1h33:35 al 30 km, quindi in 2h04:25 al km 40, per poi percorrere in 6.39 gli ultimi 2.195 metri di gara. La sua media al km è stata di 3.07: 1h06:02 + 1h05:02 le sue due rispettive metà gara.
I PASSAGGI DELLA EPIS La veneziana, che da novembre si allena con il gruppo Cus Pro Patria al Campo 25 Aprile di Milano, è passata in 35:16 ai 10 km, quindi in 52.46 ai 15 km transitando in 1h14:28 a metà gara. Ancora 1h28.48 ai 25 km e poi in 1h46:26 al 30 chilometro. al 40° chilometro, il suo passaggio è stato di 2h21:54, per poi finire in 7.44 gli ultimi 2.195 metri. 1h14:26 + 1h15:12 le sue rispettive due metà gara. Per entrambi si trattava della loro sesta maratona in carriera: singolare lo score della Epis, che si è sempre migliorata in ogni occasione, scendendo di quasi 10 minuti dal crono realizzato al suo esordio a Firenze con 2h39:28.
SIVIGLIA MARATONA DOC Celebrate le imprese dei due azzurri, la maratona di Siviglia è stata davvero un successo sia sul piano organizzativo, con quasi 14.000 concorrenti al via, sia sul piano tecnico con risultati di rilievo sia nella gara maschile che in quella femminile. Fra gli uomini la vittoria è andata al keniano Tuwei Kipsang con 2h08:22: fra le donne, successo per la marocchina Kaoutar Boulaid in 2h25:35, nuovo record della gara sivigliana.

Assoluti indoor: Lukudo e Folorunso, ecco la nuova Italia
Grande duello sui 400 con entrambe le azzurre di origine africana, qualificate per i Mondiali di Birminghan. Raphaela sorpresa dal suo 53"08: "Puntavo solo al personale". La Bongiorni vola i 60 in 7"27: migliora il primato stagionale e soddisfa lo standard richiesto dalla Iaaf per partecipare alla rassegna iridata. Triplo: Donato, a 41 anni, sfiora i 17 metri
Li chiamano i ragazzi della “seconda generazione”. L’atletica azzurra ne è piena: nati nel nostro Paese da genitori immigrati, italianissimi, cresciuti tra i banchi con i coetanei del posto, perfettamente integrati. Stanno diventando il motore della nostra nazionale e l’ultima giornata degli Assoluti indoor di Ancona svela un’altra di loro: Raphaela Lukudo ha origini del Sudan e al Palaindoor ha conquistato il titolo italiano nei 400, staccando anche il pass per i Mondiali di Birmingham (1-4 marzo). Papà cuoco, mamma collaboratrice domestica, anni fa lasciarono il Paese martoriato da una lunga e sanguinosa guerra civile, e raggiunsero l’Italia in cerca di condizioni migliori. Lei, oggi 23enne, è nata quando lavoravano ad Aversa (Caserta), poi si e spostata a Modena per seguire i suoi genitori e per due anni - quando già era entrata nel giro delle nazionali giovanili - si è anche trasferita a Londra. In Italia è tornata perché, dice lei, “volevo fare qualcosa di grande nell’atletica”. E da Ancona inizia la seconda parte della sua carriera, per lei che già lo scorso anno fu azzurra ai Mondiali di Londra come riserva della staffetta 4x400. “Questo sport è bello perché non conta che tu sia nigeriano, sudanese o di qualche altro Paese: qui contano i risultati”, si racconta a caldo dopo il suo primo titolo italiano assoluto.
DUE AI MONDIALI — Quella contro Ayo Folorunso (nigeriana d’origine, peraltro) è una battaglia combattuta con le unghie, ma in tutti i sensi: entrambe ipercolorate e curatissime. Insieme, Lukudo e Folorunso, se ne andranno ai Mondiali: la caparbietà di “Ayo" la si conosceva, quella di Raphaela esplode ad Ancona sull’onda di un maxi-miglioramento di 69 centesimi nei 400. La Lukudo, ora di stanza alla Cecchignola (Roma) al centro sportivo dell’Esercito, seguita dalla sua allenatrice Marta Oliva, spara un 53”08 che la proietta in un’altra dimensione e che le consente di battere in volata la Folorunso (53”15) al termine di una prova tatticamente intelligente: “Il minimo? Lo consideravo impossibile, puntavo soltanto al personale. Non l’avrei mai detto, così è bellissimo”. Anche in chiave staffetta azzurra per gli Europei di Berlino di agosto, il suo exploit è una notizia confortante.
DONATO ETERNO — Le risposte che cercava, Fabrizio Donato, le trova in un pomeriggio che restituisce una fiammella di vitalità all’atletica azzurra. Il suo salto da copertina è il terzo: la pedana è perfetta, l’hop-step-jump indiavolato. Sfiorare i diciassette metri (16.94) a 41 anni è magia. È la misura che permette al primatista italiano indoor e outdoor, bronzo olimpico di Londra 2012 e argento europeo indoor in carica, di conquistare il suo 23° titolo italiano. Dopodiché si ferma: era il rientro, forzare non serve a nulla. Il minimo per i Mondiali di Birmingham ce l’ha, è il 17.32 della scorsa stagione, qui serviva soltanto una prova di efficienza, in primis per se stesso.
BONGIORNI SHOW — Anna Bongiorni si conferma regina della velocità. E dopo aver staccato in mattinata il biglietto per i Mondiali, migliora ancora lo stagionale (7”27) a un centesimo dal suo primato. Sfiora, ma senza fortuna, il pass anche Irene Siragusa (7”32), mentre Johanelis Herrera Abreu completa la sua giornata di crescita (7”32 in batteria, 18/100 di miglioramento) con il 7”34 della finale. Al maschile, in una finale rocambolesca con tre eliminazioni per falsa partenza, il titolo va a Michael Tumi con 6”70. Mai come stavolta c’è bisogno del fotofinish: stesso tempo per Giovanni Galbieri e Alex Zlatan.

Coleman, questa volta è primato: scende a 6"34 sui 60 indoor
Ai campionati Usa il velocista migliora di 5/100 il tempo di Greene. Già in gennaio aveva abbassato quel 6"39, ma il tempo non era stato omologato per il mancato uso di blocchi elettrici. A Birmingham sarà una delle stelle dei Mondiali indoor
Stavolta nessuno potrà fermare la storia: Christian Coleman, privato del 6"37 da record mondiale dei 60 indoor il 19 gennaio scorso a Clemson (Sud Carolina) per il mancato uso dei blocchi elettronici, si è appropriato ufficialmente del primato correndo addirittura in 6”34 nei campionati americani di Albuquerque (Nuovo Messico). Un tempo da fantascienza, solo in parte giustificato dall’altura, che segna un miglioramento di ben 5 centesimi (un’enormità su una distanza così breve) rispetto al precedente primato stabilito da Maurice Greene con 6”39, la prima volta il 3 febbraio ’98 a Madrid ribadito nel 2001 ad Atlanta. Il record era ovviamente nell’aria per il 21enne fenomeno americano esploso nella scorsa stagione universitaria e approdato all’argento iridato davanti a Usain Bolt, alle spalle del connazionale Justin Gatlin, agli scorsi Mondiali di Londra. Ma nessuno immaginava un progresso così netto tant’è vero che il secondo classificato, il campione uscente Ronnie Baker, è finito distante nonostante il personale di 6”40.
IL COMMENTO — "Ho corso solo per vincere – ha detto Coleman ma con tanti avversari forti in gara ho dovuto spingere al massimo ed è arrivato il record. Credo che ci siano ancora margini di miglioramento: la partenza è stata discreta, c’è ancora tanto lavoro da fare". Quando il tabellone ha annunciato il record, al contrario del solito, Coleman si è lasciato andare alzando le braccia e saltellando sulla pista. Sarà lui a guidare la squadra americana ai Mondiali di Birmingham dal 1° al 4 marzo a Birmingham e lì ne vedremo sicuramente delle belle.

A Ras al-Khaima si vola: il record del mondo sfugge solo per un secondo
La Chemutai va ad un passo dallo scrivere la storia: gara velocissima anche tra gli uomini
CHE TEMPI
Profumo di ben due primati mondiali, uno addirittura sfuggito per un solo secondo. Anche se non sono arrivati i record, la 12° edizione della Rak Half Marathon corsa nell’emirato di Ras al-Khaima ha comunque prodotto una serie di risultati tecnici eccezionali: c’era da aspettarselo, vero, ma ciò che colpisce di più, al di là dei grandi tempi realizzati da vincitori della gara maschile e femminile è proprio il numero di grandi prestazioni cronometriche che si vanno ad inserire nella all time della distanza dei 21 km097 metri.
GARA MASCHILE Successo per il 27 enne keniota Bedan Karoki in un fantastico 58.42. Il fondista africano, atleta con personali di 13:15.25 (5000) e 26:52.12 (10.000), è stato medaglia d’argento ai mondiali di Cardiff del 2016 nella mezza maratona. Con il suo nuovo primato personale (prec. 59.10), l’atleta che fa parte della scuderia di Gabriele Rosa si va ad inserire al quinto posto nella all-time sulla distanza della mezza maratona, a soli 19 secondi dal primato mondiale dell’eritreo Zersenay Tadese (58.23 realizzato a Lisbona il 21 marzo 2010). I suoi passaggi gara: 13.53 (5000), 27.48 (10.000) 41.44 (15.000) 55.55 (20.000). Karoki ha preso la testa della corsa all’altezza del 19 km facendo poi il vuoto nell’ultimo tratto di 1.097 metri: anche se il parziale finale è tutto da verificare, alcuni addetti ai lavori hanno cronometrato gli ultimi 1.097 metri di gara del fondista keniota in uno stratosferico 2.47, il che vorrebbe dire aver corso l’ultimo km in 2.32 circa! Fosse vero, sarebbe davvero un primato mondiale in materia. Alle sue spalle, crono di rilievo per gli altri sei atleti classificati dal secondo al settimo posto, tutti sotto il muro dei 60 minuti. La grande sorpresa arriva dal secondo, il 21enne Jemal Ymer (Etiopia) 59.00, già quarto agli ultimi mondiali di cross e quinto ai giochi olimpici di Londra 2016 sui 10.000 metri. Dietro di lui tempi spaziali anche per Alex Kibet (Kenia) 59.06, Jorum Lumbasi Okombo (id.) 59.36, Morris Gachaga (id. ) 59.36, Wilfred Kimitei (id. ) 59.40, Edwin Kiptoo (id. ) 59.54.
MEDIA AL KM DI KAROKI : 2:47 al km!
DONNE
Ancora di più alto livello, se possibile, la gara femminile dove c’è stato il crollo della primatista mondiale Joyciline Jepkosgey all’altezza del 14° esimo chilometro, poi finita solo quinta in 1:06:46. La grande protagonista di giornata è stata la keniota Fancy Chemutai, che correndo in uno straordinario 1:04:52 ha sfiorato per un solo secondo il primato mondiale della Jepkosgey di 1h04:51. Dietro di lei, terzo tempo mondiale di sempre per una grandissima Mary Keitany con 1:04:55, ma formidabili pure i tempi di Caroline Kipkirui (1:05:07) e di Joan Chelimo Melly (1:05:37). Poi, dopo la già citata Jepkosgey al quinto posto, da segnalare i crono dell’etiope Degitu Azimeraw Asires (1:06:47) e della keniota Brigid Kosgey (1:06:48).
Fancy Chemutai, 23 anni il prossimo 20 marzo, prima di questa gara aveva un personale di 1:05:36 ottenuto il 22 ottobre 2017 a Valencia, finendo seconda nella gara record della Jepkosgey, ,oltre ad un primato di 30.06 sui 10 metri. In questa gara ben 11 donne hanno corso la distanza dei 21km097 metri sotto in 69 minuti!
Questi i passaggi gara della Chemutai: 15:13 (5000), 30.33 (10.000), 46.07 (15.000) poi un passaggio incredibile all’altezza delle 10 miglia (km 16,093 metri ) di 49:11, molto meglio del primato mondiale di Paula Radcliffe di 50:01. Ancora 61.34 (20.000) con successivo strepitoso testa a testa con Mary Keitany piegata solo negli ultimi 100 metri di gara grazie ad uno sprint travolgente. Gara meravigliosa che però ha beneficiato sino al traguardo del supporto di lepri maschili.
MEDIA AL KM DELLA CHEMUTAI : 3:04 al km!

Mondo: Ajee' Wilson trascinatrice-record
L'ottocentista USA trascina al primato del mondo le compagne della 4x800. Un 300-Record per la Miller-Uibo. Prestazioni-monstre di Korir, Taplin e Oduduru.
I Millrose Games di New York non deludono e regalano emozioni, nonostante l'antica e prestigiosa sede del Madison Square Garden, teatro di epici scontri della "noble art" della boxe, non sia più disponibile da qualche anno e la manifestazione, la più vecchia del calendario USA indoor, si sia trasferita nel più moderno impianto dell'Armory Track. La gemma dell'edizione 2018 è stata firmata da Ajee' Wilson, irresistibile ultima frazionista di una 4x800 con nel mirino il record mondiale detenuto dal 2011 con 8:06.24 dal quartetto russo formato da Bulanova, Martynova, Kofanova e Balakshina. La frazione della Wilson (1:58.37) è stata determinante per portare il limite mondiale a 8:05.89, dopo i quattro giri inanellati da Chrishuna Williams (2:05.10), Raevyn Rogers (2:00.45) e Charlene Lipsey (2:01.98).
MILLER, RECORD SUI 300 - Altra perla della serata newyorchese sui 300 donne, dove la miglior prestazione mondiale sulla distanza, detenuta da 25 anni anche in questo caso da una russa (Irina Privalova) è stata eguagliata dalla campionessa olimpica dei 400 Shaunae Miller-Uibo in 35.45. Tra gli altri risultati della riunione, spicca soprattutto l'eccezionale 1:44.21 del keniano Emmanuel Korir sugli 800. L'allievo di Paul Ereng, capofila 2017 con l'1:43.10 di Montecarlo, entra nel top-3 di sempre al coperto con il nuovo primato africano (precedente 1:44.52 dell'etiope Aman). Ancora dal mezzofondo il 3:54.14 del britannico O'Hare sul miglio, e nei salti l'1,96 della campionessa mondiale indoor di alto Vashti Cunningham e il terzo successo di fila nell'asta per la greca Stefanidi ai Millrose Games con 4,71 (assente la Morris). Dalle altre corse, 6.48 di Ronnie Baker e 7.11 dell'ivoriana Ahoure sui 60.
VOLATE DIVINE - Anche altrove negli States grandi prestazioni, ma di atleti non statunitensi: il nigeriano Divine Oduduru, argento mondiale junior nel 2014, ha corso i 200 in un sensazionale 20.18 sulla nuova pista di Lubbock inaugurata da meno di un mese. Si tratta della quarta prestazione di sempre dopo il record mondiale del namibiano Fredericks (19.92) e dell'accoppiata 20.10/20.11 firmata dagli sprinter USA Spearmon e Coleman, nonché primato nazionale.
Top-mark anche per il grenadino Bralon Taplin, sesto 400ista della storia e secondo non statunitense a scendere sotto il muro dei 45.00 al coperto. L'ex-campione NCAA outdoor e indoor ha stabilito a College Station la miglior prestazione mondiale 2018 in 44.88, a 0.08 dal record nazionale di Kirani James. Altri exploits del weekend: 0.15 di progresso sui 60 del velocista Brazil (6.55 in Louisiana), 6.54 del poco noto Kirk Wilson e 7.08 di Mikiah Brisco a Albuquerque. Alto: si rivede Eric Kynard, bronzo mondiale nell'alto a Portland, autore di 2,31 in Kansas.
WARHOLM TRAVOLGENTE - Fresco del record nazionale sui 400 piani in 45.88, il norvegese campione del mondo dei 400 hs Karsten Warholm è progredito ancora ai campionati nazionali di Rud chiudendo in 45.59, nona prestazione europea all-time e migliore under 23. Dal panorama continentale in evidenza anche l'altro norvegese Jakob Ingebrigtsen, autore di un doppio primato europeo under 20 (3:42.75 sui 1500 e 7:56.74 sui 3000), lo spagnolo Alvaro de Arriba che ha stabilito il primato europeo stagionale degli 800 metri in 1:45.43 a Salamanca (dodicesimo all-time) e l'intramontabile sprinter Rodriguez, 6.62 sui 60 a 38 anni. Altra velocità: a Mondeville il primo faccia a faccia tra transalpini è stato largamente vinto da Christophe Lemaître in 6.58 (6.57 in batteria), con Jimmy Vicaut appena terzo ma in aria di rivalsa già dopodomani a Parigi.
CHE SALTI IN RUSSIA - Nel Russian Winter di Mosca gran personale di Anzhelika Sidorova, salita a 4,86 nell'asta, imitata dal collega di specialità Morgunov (5,83). Il lungo premia l'ex-campione del mondo Menkov con 8,08, superato in bravura di 1 cm dal rumeno Staicu, atterrato a 8,09 a Bucarest nello stesso giorno. Tra gli altri risultati, 2,30 di Lysenko nell'alto, e primato nazionale indoor nel miglio di Nikitin in 3:56.44. Triplo donne: si alza la posta un po' ovunque, con il 14,44 della russa Prokopenko a Mosca, il 14,30 della bielorussa Vaskouvskaya a Gomel e il 14,22 della Romena Panturoiu ancora ai campionati nazionali di Bucarest.
Infine, mondiale stagionale nel pentathlon dell'austriaca Ivona Dadic (4.692 a Vienna) e gran debutto del pesista polacco Haratyk, autore di un 21,45 a Spala.
NON SOLO MUTAZ - Altro dai campionati asiatici indoor di Teheran, partiti col favoloso 2,38 del campione del mondo di salto in alto Mutaz Barshim: lo sprinter di casa Taftian ha vinto l'oro sui 60 in 6.51 (a un centesimo dal record asiatico, polverizzato 48 ore dopo dal cinese Su Bingtian a Karlsruhe), il cinese Shi Yuhao ha vinto il lungo con la miglior misura mondiale dell'anno di 8,16.
AL SOLE - Sulle pedane all'aperto esordio stagionale del campione del mondo di lancio del giavellotto Johannes Vetter (84,08 a Offenburg) e prime gittate interessanti dalle discobole: 66,02 dell'iridata 2009 Dani Stevens-Samuels a Sydney e 64,87 della cubana Perez a L'Avana. Sally Pearson conferma il buon momento in 12.69 controvento e 12.67 ventoso sui 100 hs a Brisbane. Per finire, altro missile del discobolo giamaicano Dacres a Kingston (66,90) e 21,06 del pesista brasiliano Romani a São Bernardo do Campo.
POCA STRADA - Dopo l'abbuffata di prestazioni straordinarie di Dubai, torna la calma: nella 42 km di Beppu-Oita successo in 2h09:31 del sudafricano Mokgobu (ottavo il vincitore uscente Kiplimo), 1h00:31 di Edward Waweru nella mezza maratona di Marugame (sempre in Giappone) con quarto posto del recordman mondiale Tadese (1h01:43). Sul fronte donne, 1h09:17 di Betsy Saina. Cross: titoli USA a Leonard Korir (confermatosi campione nazionale a Tallahassee davanti a Galen Rupp) e a Emily Infeld.

Mondo: Lysenko vince ai punti
A Mosca il giovane russo, argento mondiale dell'alto, sale a 2,36 e prevale in un meeting con classifica tabellare a punti su Mariya Lasitskene-Kuchina (1,99)
La prima edizione del Battle of the Sexes meeting di Mosca, una riunione in cui il vincitore è stato dichiarato secondo la prestazione tecnica realizzata con riferimento alla tabella ungherese, è stata vinta dal vicecampione del mondo di salto in alto Danyil Lysenko, salito nell'occasione al primo tentativo a 2,36 (personale indoor e ben 1233 punti). Il russo è stato sfortunato a 2,40, quota sfiorata almeno in una delle tre prove a disposizione. Nella classifica a punti, Lysenko ha avuto la meglio su Mariya Lasitskene-Kuchina, brava al primo assalto a 1,99 (poi tre errori a 2,02), ma accreditata di un punteggio inferiore (1209) a quello del collega di specialità. La Kuchina tuttavia era salita a 2,01 nel corso della settimana all'Ozolin e Dyachov Memorial di Mosca, sbagliando poi alla quota di 2,04. Nello stesso meeting, balzo in su dell'astista già campionessa europea Sidorova con 4,76.
EUROTOUR - Germania: a Potsdam il polacco oro europeo indoor di salto con l'asta Piotr Lisek è salito a 5,78, mentre a Dortmund Gina Luckenkemper ha esordito sui 60 in 7.11, eguagliando la miglior prestazione mondiale stagionale. Un altro oro degli Euroindoor, il ceco Petr Svoboda, ha iniziato alla grande correndo i 60hs in 7.51 a Jablonec, leader europeo stagionale e seconda prestazione al mondo dopo il 7.49 dello statunitense Grant Holloway ottenuta nel pomeriggio da record di Christian Coleman a Clemson. Prima uscita di Christophe Lemaitre a Lione, con doppia affermazione nella velocità in 6.62 e 21.00.
WORLD BEST - La distanza che lo scorso inverno fu oggetto di due rivisitazioni cronometriche, i 600 uomini, ha subìto un nuovo scossone con l'impresa del keniano Michael Saruni, un atleta diventato popolare lo scorso anno per la battaglia intrapresa contro l'esclusione dal team iridato nonostante il terzo posto sugli 800 ai Trials di Nairobi. Allenato come Emmanuel Korir dall'ex campione olimpico Paul Ereng, ha limato di altri dodici centesimi la miglior prestazione mondiale sulla distanza ad Albuquerque portando il nuovo limite a 1:14.79. I passaggi di Saruni, resi noti dallo stesso Ereng, sono i seguenti: 24.2, 49.9 (25.7), 1:14:79 (24.9). Altri progressi: il 17enne Brian Herron ha stabilito la miglior prestazione mondiale indoor under 20 dei 300 metri correndo in 32.64 a Lynchburg, precedendo anche Tyrese Cooper, l'ex-detentore del limite.
AMERICAN WAVE - Sempre ad Albuquerque, risveglio del lunghista Marquis Dendy con 8,13. Meglio il giamaicano Forbes (8,15 nell'Iowa davanti all'argento mondiale Lawson planato a 7,90). Nell'asta gran alzo di posta di Katie Nageotte, progredita a 4,76 a Pullman. Ventiquattr'ore dopo Jenn Suhr, olimpionica a Londra, ha esordito con 4,81 in Canada. Altro dagli ori di Olimpia 2012: Aries Merritt ha corso i 60hs in 7.54 a Iowa City, dove ha anche esordito sui 400 Fred Kerley in 46.25. Meglio il fratello My'Lik, 46.10 in Texas. Ancora concorsi: dopo un mediocre debutto nel lungo, la triplista Keturah Orji ha lasciato il segno con la miglior misura del 2018, 14,53 a Clemson.
Nello sprint, oscurato dall'impresa di fulmine-Coleman, ecco il 6.52 del poco noto Andre Ewers in Iowa e il 20.45 del sudafricano Titi (sempre a Clemson). Su pista oversized bel 20.49 sui 200 del nigeriano Divine Oduduru a Lubbock. Segnatevi il nome di Katelyn Tuohy, novella Mary Cain: a soli 15 anni (è nata nel marzo del 2002) ha corso i 5000 indoor in un incredibile 15:37.12 all'esordio sulla distanza.
MUMBAI MARATHON - Alla presenza del dirigente IAAF Sergey Bubka, la maratona indiana è stata vinta da due etiopi, Solomon Deksisa in 2h09:34 e Amane Gobena in 2h25:49, che ha preceduto la keniana vincitrice uscente Bornes Kitur (2h28:48). A Hong Kong vittoria del 44enne Kenneth Mungara in 2h13:39 e bis dell'etiope Gulume Tollesa in 2h29:37. Nel cross, bellissima gara tra talenti ugandesi nell'Italica di Siviglia: ha vinto l'argento mondiale dei 10.000 metri Joshua Cheptegei in volata sul campione del mondo under 20 Jacob Kiplimo, lasciando solo il terzo posto all'altro prodigio giovanile africano Selemon Barega, etiope. Triplo Kenya al femminile, con nell'ordine Agnes Tirop di dieci secondi su Lillian Kasait e dodici sull'oro mondiale dei 5000 metri Hellen Obiri.
AUSTRALIA - Continua l'ascesa dell'astista e finalista iridato Kurtis Marschall, che in pochi giorni è salito a 5,78 e poi a 5,80. Dopo il 10.10 appena ventoso di pochi giorni fa, il talento ora 20enne Jack Hale ha corso con vento legale i 100 metri in 10.23. Il risultato più interessante dal settore concorsi è arrivato però dalla vicina Nuova Zelanda grazie all'esordio del pesista campione del mondo in carica sia all'aperto che in sala, Tom Walsh, che sulla pedana di Christchurch ha subito lambito i 21 metri con un lancio di 20,99. Restiamo in ambito iridato: la campionessa del mondo di lancio del giavellotto Barbora Spotakova salterà la stagione e forse anche quella successiva per programmare il rientro, dopo la prossima seconda maternità, annunciata nei giorni scorsi, per i Giochi di Tokyo 2020.
DUBAI E OSAKA - In Oriente due grandi appuntamenti della settimana entrante: la 42 km di Dubai con il ritorno del primatista della corsa Tamirat Tola (2h04:11) e il duello tra le altre etiopi Aselefech Mergia (tre volte prima) e la campionessa del mondo 2015 Mare Dibaba. A Osaka maratona donne con Eunice Kiptoo e alcune ottime specialiste locali come Ando (2h21:36), Yoshida e la veterana Ozaki. Resa nota dall'amico Ken Nakamura anche la lista iscritti della Tokyo Marathon, in programma tra un mese: il nome di spicco è quello dell'ex-primatista del mondo Wilson Kipsang, vincitore l'anno scorso in 2h03:58 fallendo il tentativo di record mondiale a causa di una prima parte di gara scriteriata. Al via anche Feyisa Lilesa, Tsegaye Mekonnen, Dickson Chumba, Bernard Kipyego e la coppia semi-omonima Vincent e Amos Kipruto. Tra le donne, oltre all'esordio sulla distanza della pluridorata Meseret Defar, sono iscritte Ruti Aga (1h06:39 sulla mezza a Houston otto giorni fa), Purity Rionoripo, Helah Kiprop e le altre etiopi Shure Demise e Berhane Dibaba.

Faniel decimo alla mezza di Doha
Sui 21,097 chilometri nella capitale del Qatar, il 25enne veneto taglia il traguardo in 1h04:42
Decimo posto dell’azzurro Eyob Faniel alla mezza maratona di Doha. Nella capitale del Qatar, il 25enne del Venicemarathon Club ha chiuso con il tempo di 1h04:42, dopo aver condotto una gara sul proprio ritmo. Assente invece il fuoriclasse britannico Mo Farah, favorito principale della vigilia, che ha preferito non correre per un fastidio al tendine d’Achille. La vittoria è andata quindi al keniano Alex Kibet, primo sul traguardo in 1h01:53 nei confronti del connazionale Benard Korir con 1h02:07, per ripetere lo stesso ordine d’arrivo dell’anno scorso nella città del Golfo Persico. A completare il podio, il britannico Chris Thompson in 1h03:03.
Sulla distanza dei 21,097 chilometri il vicentino di origine eritrea ha un record personale di 1h03:09 firmato a Praga durante la passata stagione, proseguita con il successo nell’edizione inaugurale della Rome Half Marathon Via Pacis in 1h03:26 e alla maratona di Venezia dove è sceso a 2h12:16. Tra le donne, nella mezza maratona della Ooredoo Doha Marathon, con partenza e arrivo di fronte al Museo d’arte islamica, netta affermazione con il personal best di 1h10:40 per la trentenne statunitense Allie Kieffer, che si è rivelata all’ultima maratona di New York piazzandosi quinta in 2h29:39, davanti alla britannica Gemma Steel (1h12:37) e alla keniana Faith Chepkoech (1h12:44).

Mondo: Lysenko ad ali spiegate
L'argento iridato di salto in alto apre il nuovo anno con 2,35. Tutti i migliori risultati della prima settimana del 2018 nel panorama internazionale.
La stagione indoor prende quota, al netto di ogni metafora. L'ondata di risultati internazionali registra subito un picco con il 2,35 nel salto in alto realizzato a Ekaterinburg dal vicecampione del mondo Danyil Lysenko nel Memorial Yalamov, primo appuntamento di livello nel calendario invernale indoor russo. La prestazione di Lysenko, recordman europeo indoor under 20 con 2,31 nel 2016, è la seconda della carriera dopo lo straordinario 2,38 di Eberstadt nell'estate scorsa, il personale indoor e l'ovvia miglior prestazione stagionale. Il meeting russo ha fatto segnare anche il limite nazionale under 20 sui 600 metri di Yegor Filippov in 1:18.88.
BRITANNICI AL VIA - Sempre nell'alto maschile, sulla pedana casalinga di Birmingham, sede dei prossimi Mondiali al coperto, avvio positivo per il vicecampione iridato indoor Robbie Grabarz, salito al debutto stagionale a 2,30 a conforto del buon lavoro eseguito sui recenti cambiamenti apportati alla rincorsa. Anche la scozzese Laura Muir, protagonista agli Europei indoor di Belgrado con la doppietta d'oro su 1500 e 3000 metri, ha ben esordito a Glasgow correndo un 3000 misto donne-uomini in 8:37.21.
SPUTNIK IN ERBA - Nel resto delle riunioni europee è emerso il talento del norvegese Pål Haugen Lillefosse, classe 2001, salito a 5,46 nell'asta a Stoccolma, record nazionale under 20 e under 18 e terza prestazione all-time nella ex-categoria allievi.
Laura Muir
L'altro prodigioso talento della specialità, Armand Duplantis, aprirà la stagione nel prossimo weekend alla Pole Vault Convention di Reno, in Nevada, dove è previsto anche il debutto della vicecampionessa olimpica e mondiale, sia al coperto che all'aperto, Sandi Morris.
AMERICANI - Nessuno squillo nelle tante riunioni del calendario USA ma alcuni buoni risultati: nella velocità la piccola Aleia Hobbs, velocissima l'anno scorso in 10.85 ma poi deludente ai campionati universitari e ai Trials, ha corso i 60 in 7.24 e 7.27 a Baton Rouge. A Clemson primo "meno 6.60" dell'anno con Tevin Hester, 6.59 nell'Orange & Purple Invitational. Nell'alto 2,27 del 20enne Keenon Laine. Un'altra nuova leva, l'oro in staffetta e argento mondiale individuale under 20 Lynna Irby, ha corso i 300 metri in 36.73. Dalle altre pedane, 6,64 di Kate Hall nel lungo e 4,56 della Nageotte nell'asta, con debutto di basso profilo dell'ex-iridato Barber (battuto e solo a 5,35).
MARATONE, VIA! - Solo Etiopia nella 42 km cinese di Xiamen, con doppio podio a firma di Dejene Debela (2h11:22) su Tariku Bekele (2h11:29) e Ayele Abshero (2h11:33), e di Fatuma Sado in un discreto 2h26:41 su Hirut Alemayehu (2h30:09) e la vincitrice uscente Meseret Mengistu (2h30:15). La Sado a sua volta aveva già vinto la maratona di Xiamen. Meno interessanti del passato i risultati della 41esima edizione della maratona della Galilea a Tiberiade, vinta dall'israeliano ex-etiope Girmaw Amare in 2h15:30.
Shaquille Walker
Tra le mezze maratone del weekend, successi keniani a Adana (Turchia) per Felix Kibitok in 1h01:50 e Diana Chemtai in un ottimo 1h08:42.
CROSS, ECCO CHERUIYOT - Nel cross IAAF di Antrim, in Irlanda, alcuni specialisti di calibro sono stati battuti dal keniano argento mondiale dei 1500 metri Timothy Cheruiyot, che in una volata serrata ha avuto la meglio sull'etiope Tuemay e sul marocchino, anche lui argento iridato (dei 3000 siepi) El Bakkali. Nel cross donne successo di Margaret Chelimo sull'etiope Fotyen Tesfay. Il momento dell'Uganda arriva con la vittoria del quotato Timothy Toroitich nel cross iberico di Amorebieta, dove la spagnola ex-etiope Trihas Gebre ha fatto centro nella gara donne.
OUTDOOR, WALKER LASCIA - Giunge a sorpresa la notizia del ritiro dall'attività, a soli 24 anni, dell'ottocentista statunitense Shaquille Walker, oro alle Universiadi 2015 e con personal best di 1:44.99. La sua ultima gara è stata la semifinale dei Trials di Sacramento della scorsa estate, dove mancò l'accesso in finale per guadagnarsi la selezione iridata. Walker è laureato in odontoiatria, e si dedicherà specificatamente alla professione. Tra i risultati outdoor segnaliamo l'ottimo 83,63 del giavellottista australiano Hamish Peacock e la buona vena dei due giovani astisti Kurtis Marschall (5,70) e Angus Armstrong (5,52).
DOHA CON MO FARAH - Il campione del mondo dei 10000 metri, lasciate le piste, esordisce nel 2018 con la mezza maratona di Doha di venerdì prossimo, un test molto importante in vista della sua seconda maratona di Londra. Due giorni dopo a Houston sarà la volta della vincitrice della maratona di New York Shalane Flanagan, dove si incroceranno le migliori maratonete USA, come Jordan Hasay, Desiree Linden-Davila e la primatista nazionale dei 10000 Molly Huddle. Favorita, la keniana Edith Chelimo assieme a Eunice Chumba. Tra gli uomini al via il vincitore della London Marathon Daniel Wanjiru, Feyisa Lelisa e Guye Adola, splendido combattente e miglior debuttante di sempre in 2h03:46 nella maratona di Berlino, contro Eliud Kipchoge.

Europei di cross: Crippa è di bronzo negli Under 23. "Sono deluso"
A Samorin, in Slovacchia, Yeman puntava all'oro, ma il trentino si è arreso ai francesi Gressier e Hay. Argento a squadre per le ragazze Under 20
Mai dare nulla per scontato. Regola generale che vale per ogni occasione delle vita, anche nello sport. E soprattutto nell’atletica, specialmente quella che si disputa sui prati in inverno. Già, perché chi si aspettava un successo di Yeman Crippa, giovane virgulto italiano di origini etiopi ma cresciuto nell'italianissimo Trentino, potrebbe esserne uscito deluso dopo la disputa dei 24mi Europei di cross. Il ragazzo, già tre volte sul podio negli anni precedenti e campione europeo under 23 sui 5.000 a Bidgoszcz (Polonia), alla vigilia aveva affermato di essere venuto in Slovacchia per salire sul gradino più alto del podio nella prova riservata agli under 23.
"DELUSIONE" — "Mi sono preparato espressamente per questa gara – le sue parole – sto bene e penso di essere in grado di vincere". La realtà, però, ci racconta tutta un’altra storia. Alla fine è sì salito sul podio, ma su quello più basso. Sulla sua strada ha trovato qualcuno per ora più forte e in grado di reggere ritmi ancora preclusi a Yeman. Davanti al primatista italiano indoor dei 5.000 metri (13'23"99) sono finiti due transalpini: Jimmy Gressier e Hugo Hay. Deluso? Certamente sì, anche se l’analisi effettuata a fine gara è stata estremamente lucida e serena. "Sapevo di dover attaccare verso i 5.000 metri e così ho fatto. Quando ho superato lo spagnolo Mayo, che credevo l’avversario più temibile, ho pensato di avercela fatta. Invece… alla fine non ho retto sino in fondo. Probabilmente dovevo aspettare ancora un poco". Nelle fasi iniziali della gara Yeman è pure stato coinvolto in un paio di cadute. "Ma non hanno minimamente influenzato l’esito finale" ha ammesso più che sincero. Alla fine anche parole per i compagni di squadra: "Ci abbiamo messo tutti il cuore, ma non sempre le cose vanno per il meglio".
AZZURRINI — La squadra azzurra è uscita da questi Europei con un bottino meno ricco di quanto ci si aspettava. L’altra medaglia è arrivata per merito del buon comportamento delle più giovani, le ragazze junior (under 20). Grazie alla figlia d’arte Nadia Battoccletti (quinta), a Francesca Tommasi (sesta) e a Elisa Cherubini (22ª) le azzurrine si sono messe al collo l’argento a squadre, precedute solo dalle britanniche. Alle loro spalle spagnole e francesi. Il resto? Ordinaria amministrazione, nulla di più. L’eccellenza mondiale è sempre lontana. Nelle due prove maggiori successi di due atleti turchi, naturalmente di pelle scura e naturalizzati… Fra gli uomini si è imposto Ozbilen Kaan Kigen (alias Michael Kipruto Kigen), maratoneta da 2h06'10, mentre fra le donne oro a Yasemin Kan che ha così bissato il successo dello scorso anno a Chia.


Mondo: i ragazzi di Addis Abeba
Gli allievi dell'Etiopia nella vetrina estera: Barega corona un anno d'oro alla presenza di Gebrselassie, Biyazen strapazza i keniani
L'Africa verde firma le cose migliori del fine settimana estero. Selemon Barega, 18 anni tra meno di un mese e titolare delle corone mondiali under 20 e under 18 su 3000 e 5000 metri, oltre che quinto classificato nel mondiale "dei grandi" a Londra sui 5000, ha vinto ieri la Great Ethiopian Run di Addis Abeba, classica e coloratissima 10 km in cui ha fatto gli onori di casa una leggenda in carne e ossa, Haile Gebrselassie. Un'annata fragorosa per il 17enne Barega, iniziata prestissimo con la vittoria nella Cinque Mulini di San Vittore Olona, con la punta cronometrica sui 5000 di Losanna, un 12:55.58 che ha fatto tremare la miglior prestazione mondiale di categoria. Meno giovane di Barega, ma ancora junior (decima al Mondiale di cross tra le under 20), Zeineba Yimer ha vinto la 10 km femminile dopo il bel quarto posto nella mezza maratona di Cardiff in 1h11:31.
BIYAZEN 10000 DA FAVOLA - L'altro giovanissimo da copertina è Yeneblo Biyazen Alehegn, nato nove giorni dopo Barega, anche lui ormai in vista dei 18 anni. A 16 anni, due estati fa, è stato quarto ai Mondiali under 20 di Bydgoszcz sui 5000. Da questa stagione è approdato in Giappone e due giorni fa a Tokyo ha vinto il primo 10000 metri della carriera in un grandioso 27:32.51, miglior prestazione mondiale stagionale per un allievo per oltre un minuto e mezzo rispetto alla precedente, e tra le migliori di ogni epoca. Nel lungo elenco dei battuti, capeggiati dal connazionale Abinet (27:38.05), un gran numero di keniani di ottimo livello, abituati a fronteggiarsi nelle competizioni di club del Sol Levante, come Njuguna, Wambui, Kimani, ben due Mwangi e un Kwemoi (omonimo del top-miler). Il migliore dei keniani, però, è stato un under 20 finora poco in vista, Muiru, terzo in 27:38.05 con 40" sottratti al personale.
MARATONE NEL MONDO - Successi africani ovunque.
Nella 42 km francese di La Rochelle ha vinto l'etiope 33enne Workneh Tiruneh (personale di 2h08:51), in 2h11:07 sui connazionali Ameta Belachew (2h12:00) e Tadesse Assefa (2h12:14), mentre tra le donne è arrivata una tripletta keniana con Susan Jeptoo (2h30:57), Sophia Chesire (2h32:21) e Naomi Njiiri (2h39:47). La maratona spagnola di San Sebastian ha registrato l'un-due-tre keniano con Hosea Kiprono Maiyo (2h12:55), Mark Kibowott Kangogo (2h14:33) e Daniel Kipkemboi Kiptoo (2h14:43). A Osaka vince un eritreo, Kaleab Selomon, in 2h12:03 (personale). In calendario anche la maratona di Nairobi, con successi di Brimin Kipkorir in 2h12:39 e di Celestine Chepchirchir in 2h31:41 all'esordio sui 42 km. Infine il campionato asiatico di maratone a Dingguan (Cina), vinto per la prima volta da un maratoneta indiano, Gopi Thokanal, in 2h15:48 su un uzbeko e un mongolo. Più interessanti i crono femminili: la nordcoreana Kim Hye-Gong ha vinto il titolo continentale in 2h28:35 sulla giapponese Keiko Nogami (2h29:05) e sull'altra coreana Jo Un-Ok (2h30:01).
ANNO DA RECORD - Se la coreana Jo Un-Ok è rimasta un secondo sopra le 2h30 (ma ha corso in 2h29:22 in aprile), la massa del movimento femminile sulla maratona ha realizzato, numeri alla mano, una stagione da primato. Ben 159 atlete sono scese sotto il muro delle due ore e mezza, evento mai accaduto prima. L'incremento della densità è cresciuto esponenzialmente anche su crono superiori: a 2h34 si sale alla cifra vertiginosa di 289 maratonete. L'Europa delle donne mette qualche mattone sotto le 2h30 (ventuno atlete) e ne aggiunge altri a 2h34 (ventiquattro, per un totale di 45, poco più del 15%). A livello maschile l'Europa raccoglie meno: sotto le 2h11 si sono espressi 207 atleti, ma di questi solo 10 sono europei (meno del 5%).
Resta però il bel dato della maratona iridata di Londra, con il quarto posto dello scozzese Hawkins e il sesto di Daniele Meucci, mentre nella classifica femminile, tra le prime dieci, c'è rappresentanza di tutti i continenti tranne uno, l'Europa.
I QUATTRO DI LIVERPOOL - Emelia Gorecka, Ben Connor, Jessica Judd e Mahamed Mahamed (non è un errore di scrittura): sono i quattro britannici che hanno vinto il cross di Liverpool (nelle categorie senior e under 23), valido come selezione per l'Eurocross di Samorin. La Gorecka ha vinto in passato due titoli europei under 20 nel cross e rilancia la sua candidatura per ben figurare a Samorin, ristabilita da un infortunio che in questa stagione ne ha minato il rendimento. L'Europa del cross scalda i garretti anche in Germania, dove Alina Reh ha battuto nientemeno che Konstanze Klosterhalfen a Darmstadt. Nel cross spagnolo di Alcobendas i primi due della scorsa edizione si sono scambiati la cortesia: successo dell'under 20 eritreo Aron Kifle sull'ugandese Timothy Toroitich. L'anno scorso, chiusero secondo e primo. Nel cross femminile ha vinto la strafavorita keniana Alice Aprot Nawowuna sulla spagnola di origini etiopi Trihas Gebre, mina vagante della imminente rassegna europea di Samorin. Ai campionati canadesi di cross si sono laureati campioni Lucas Bruchet e Claire Sumner.
GIOCHI BOLIVARIANI - Disputati per la diciottesima volta, la seconda di fila in Colombia, a Santa Marta (a livello del mare), con in pista atleti di Colombia, Cile, Panama, Ecuador, Venezuela, Bolivia e Perù. Hanno cadenza quadriennale e sono intitolati al generale venezuelano Simón Bolívar, morto proprio a Santa Marta nel 1830. La Colombia ha dominato il medagliere con 17 ori, 22 argenti e 13 bronzi sul Venezuela (11 ori, 6 argenti, 11 bronzi). In evidenza lo sprinter ecuadoregno Alex Quiñonez, finalista olimpico a Londra 2012 sui 200, che ha vinto i 100 in 10.13 e i 200 in 20.27. L'argento olimpico di Londra sui 400, il dominicano Luguelin Santos, ha vinto il giro di pista in 45.44. Tra gli altri risultati maschili, 2,24 del venezuelano Yañez nell'alto e la sconfitta del campione del mondo dei 20 km di marcia Arevalo, solo terzo in 1h27:47 a oltre un minuto dal vincitore, il colombiano Esteban (1h26:32). Tra le donne, tre ori alla venezuelana Soto nella velocità (22.89, 52.43, 44.15 in staffetta), un 4,20 d'ordinanza nell'asta per il bronzo mondiale Robeilys Peinado e l'ottimo 17,99 della pesista cilena Duco.

Maratona, donne al vertice
Chepngetich-esordio da 2h22:36. Dereje-boom in 2h22:43. Le donne di maratona continuano a stupire in una stagione da record.
Da Istanbul a Istanbul: il percorso agonistico di Ruth Chepngetich, keniana 23enne, passa con clamore per la maratona turca, dove all'esordio sulla distanza si è imposta con un clamoroso 2h22:36, quasi cinque minuti meglio del precedente limite della etiope Kasim, datato 2010. La Chepngetich, uscita dall'anonimato in questa stagione con quattro successi consecutivi in altrettante mezze maratone e sempre col primato personale, si è presentata nella 42 km turca forte del successo sulla mezza distanza riportato in 1h06:19 lo scorso 30 aprile proprio a Istanbul. Quaranta giorni prima aveva trionfato nella Stramilano in 1h07:42, dopo aver vinto già a Parigi e ancor prima a Adana, ancora in territorio turco. A soli quattro secondi dalla vincitrice, un'altra keniana che ha conosciuto notorietà a Milano, dove vinse la maratona edizione 2014, Visiline Jepkesho, ieri seconda in 2h22:40, distante solo un minuto dal personal best. Nella gara maschile il francese di origini keniane Abraham Kiprotich ha vinto in 2h11:22 davanti al più accreditato Jacob Kendagor (2h11:27). Si è corsa anche una 15 km onorata col record turco di un altro ex-keniano, Polat Arikan Kemboi (43:41), ma con successo dell'etiope 19enne Gashahun (43:39).
SHANGHAI, DEREJE 2h22:43 E RECORD MONDIALE MASTER - Altra prestazione-top nelle maratone di ieri, quella della etiope Roza Dereje Bekele. Alla settima 42 km della carriera è scesa a 2h22:43 nella gara di Shanghai, vinta anche un anno fa in 2h26:18 (all'epoca record personale). La Dereje ha chiuso a meno di un minuto dal primato della corsa, detenuto dalla connazionale Tigist Tufa in 2h21:52. Seconda, con il primato mondiale master W40 di 2h23:31, la kenyana Lydia Cheromei, classe 1977, tornata a gareggiare quest'anno dopo quattro stagioni di inattività. Grandi crono anche per la terza, la 23enne Hirut Tibetu (2h23:35), e per la quarta, Gulume Tollesa (2h23:59). Nella 42 km uomini vince per la quarta volta il sudafricano Stephen Mokoka, ex-detentore del record della Shanghai Marathon, in 2h08:35 sui keniani Ernest Ngeno (2h08:38) e Asbel Kipsang (2h09:02).
BEIRUT, RECORD PER DUE - Entrambe le corse della maratona libanese si sono concluse con i nuovi primati del percorso.
Quello femminile nuovo di zecca porta la firma di Eunice Chumba, 23enne del Bahrain (ex-keniana), reduce dal gran successo nella mezza maratona di Copenhagen in settembre in 1h06:11 (record asiatico), e ieri prima in 2h28:38 davanti all'etiope Tigist Girma (2h29:00). Il primato uomini è invece merito del 27enne Dominic Kipngetich Ruto (2h10:41), quest'anno già secondo a Roma in 2h09:08. La maratona si è disputata con temperature particolarmente elevate.
CHEYECH RIVINCE A SAITAMA - Terza edizione della 42 km giapponese, secondo successo consecutivo di Flomena Cheyech, con condizioni ambientali poco inclini all'ideale per via di un forte vento. La Cheyech, campionessa del Commonwealth a Glasgow 2014 e quarta ai mondiali di Londra, ha bissato il successo dell'anno scorso in 2h28:39, oltre cinque minuti in più dell'eccellente 2h23:18 del 2016, che resta il record della corsa. Un'altra maratoneta del Bahrain in vista anche qui, Shitaye Eshete, ex-etiope, seconda in 2h28:42. Non poteva mancare Yuki Kawauchi, alla decima 42 km stagionale, che si è imposto nella corsa uomini in 2h15:54. Dopo la maratona iridata di Londra, dove si è classificato nono, Kawauchi ha già corso quatttro maratone vincendone tre.
ATENE, MARATONA E GALA - La calda 42 km di ieri è stata vinta dal keniano Samuel Kalalei in 2h12:17 e dalla etiope appena 18enne Bedatu Hirpa in 2h34:18, nuovo personal best. Sconfitti il favorito uomini Milton Rotich e la vincitrice uscente Nancy Arusei. La maratona è stata preceduta da consueto gala degli AIMS Awards, che hanno insignito del titolo di migliori maratoneti dell'anno, come nelle previsioni, i keniani Eliud Kipchoge e Mary Keitany. Il campione olimpico e la primatista mondiale di maratona solo femminile hanno vinto il ballottaggio con i due iridati di Londra, Geoffrey Kipkorir Kirui e Rose Chelimo. La maratona femminile ha fatto un balzo in avanti nel 2017, ovviamente non limitato dal primato di 2h17:01 della Keitany, ma da tutto il movimento della specialità. Sotto le 2h34 troviamo infatti una cifra prossima alle 280 specialiste, evento mai registrato in precedenza.
Di bilanci più dettagliati sulla stagione delle 42 km parleremo dopo le ultime maratone internazionali in calendario, specificatamente Fukuoka e anche Honolulu, dove è annunciato il primatista mondiale Kimetto, alla ricerca di un successo che manca da troppo tempo.
VIA AL CROSS - Apre la stagione internazionale con il cross spagnolo di Atapuerca, nel segno etiope di Senbere Teferi e Getaneh Molla. La Teferi ha confermato la vittoria di un anno fa su un circuito di otto chilometri precedendo le keniane Margaret Chelimo e Alice Aprot (quarta la spagnola ex-etiope Gebre, probabile protagonista all'Eurocross di Samorin). Molla ha avuto la meglio sul 17enne prodigio ugandese e iridato under 20 di cross Jacob Kiplimo. Esordio non all'altezza per il campione del mondo dei 5000 metri a Londra, Muktar Edris, appena sesto con quasi trenta secondi di ritardo dal vincitore. In Gran Bretagna Laura Muir ha vinto per la quarta volta il titolo scozzese di cross corto a Kirkcaldy, mentre Jessica Judd ha battuto l'ex-oro europeo di cross Gemma Steel a Milton Keynes.
ATLETI DELL'ANNO - Restiamo in Scozia, dove il riconoscimento riservato al miglior atleta del 2017 è andato al quarto classificato della maratona iridta londinese, Callum Hawkins, che è stato preferito nel poll all'atleta paralimpica Samantha Klinghorn e alla sopra citata Laura Muir. In Norvegia plebiscito per Karsten Warholm, campione del mondo dei 400 metri ostacoli. In Repubblica Ceca nona corona per Barbora Spotakova, campionessa mondiale di lancio del giavellotto a Londra a distanza di dieci anni dal titolo conquistato a Osaka. Nel mezzo, due ori olimpici, a Pechino e ancora a Londra. In Slovacchia, premio al campione europeo under 23 dei 200 metri Jan Volko, primo sia nel poll di categoria che in quello assoluto. Gli Sports Awards sudafricani hanno invece indicato in Luvo Manyonga l'atleta più votato. Campione del mondo di salto in lungo, ha preceduto Wayde van Niekerk e il nuotatore Chad Le Clos.
ULTIME IN PISTA - Restiamo in Sud Africa per l'avvio di stagione, con la velocità ancora in vetrina: a Pretoria 10.16 con vento nella norma e 20.10 con vento troppo generoso per Anaso Jobodwana. In entrambi i casi, vento o no, sono i suoi migliori riscontri cronometrici del 2017. In Giappone bellissimo 10000 metri a Kanagawa con due keniani divisi da sei centesimi: Jonathan Ndiku (27:22.73) e William Malel (27:22:79). La under 20 keniana Helen Ekarare ha vinto i 5000 in 15:14.79 (grazie a Ken Nakamura). Sempre in Oriente, è a rischio cancellazione la mezza maratona di Nuova Delhi dove è previsto l'esordio sulla distanza della primatista mondiale dei 10000 metri Almaz Ayana. La causa è l'inquinamento atmosferico.

Maratona di Berlino: Kipchoge trionfa, ma senza record
Il favorito keniano non tradisce le attese, ma le condizioni meteo gli impediscono di ritoccare il primato: chiude in 2h03'32. Grandissima prova di Catherine Bertone che ritocca il Mondiale Over45: 2h28'34"
Anche gli ultimi dubbi sono spazzati: il re della maratona è Eliud Kipchoge. Il 32enne keniano, dopo un’inattesa sfida con il debuttante etiope Guye Adola, vince quella di Berlino n. 44, ma non senza faticare. E con 2h03’32”, rimane a 35” da quel record del mondo che pareva destinato a cadere. Il limite di Dennis Kimetto (2h02’57”) può così festeggiare il terzo compleanno. In campo femminile, intanto, clamorosa prestazione di Catherine Bertone: l’aostana, 45 anni compiuti il 6 maggio, olimpica a Rio, chiude sesta in 2h28’34”, migliorando il personale di quasi due minuti (2h30’19” a Rotterdam 2016) e centrando il primato del mondo master per la categoria over 45 (era 2h29’00”). Ritirata invece, dopo il 30° km, Anna Incerti.
RIFERIMENTI — Il crono maschile, con proiezione da primato fino al 32° km, con condizioni meteo migliori (s’è gareggiato con temperature di 13-14° e soprattutto con un tasso di umidità oscillante intorno al 90%, su strada bagnata e in alcuni tratti sotto la pioggia), sarebbe stato certamente migliore. E sarà bene ricordare che Eliud, anche campione olimpico della specialità, a inizio maggio all’autodromo di Monza, volò in 2h00’25”, prestazione non omologabile per una serie di condizioni (dalle lepri ai rifornimenti) non regolari. Ma tant’è: la maratona ha leggi tutte sue. E vanno rispettate.
LA GARA — Nell’ambito di uno dei più grandi cast della storia, doveva essere sfida a tre, con anche il keniano Wilson Kipsang e l’etiope Kenenisa Bekele attesi protagonisti. Il primo regge fino al 30° km, quando in preda alla nausea si ferma all’improvviso. Il secondo già alla mezza (1h01’29”) deve rallentare, alzando di fatto bandiera bianca (si ritirerà a sua volta). Con le lepri designate presto fuori gioco (l’ultima a farsi da parte è Sammy Kitwara al 30° km), è inattesa sfida a due. Insieme a Kipchoge, in testa a sorpresa rimane appunto il 26enne Adola (scuderia Demadonna), in maggio a 27’09”78 nei 10.000 di Eugene, in marzo vincitore alla Roma-Ostia e un personale sulla mezza di 59’06” del 2014, anno in cui fu bronzo ai Mondiali di specialità.
LA SVOLTA — Kipchoge, apparentemente, va col freno a mano tirato, mentre il compagno di avventura in faccia porta tutti i segni della fatica. Fino al colpo di scena: poco prima del 37° km Eliud si stacca. Il vantaggio non assume mai dimensioni importanti, ma Kipchoge per la prima volta appare un po’ in difficoltà. Invece, poco prima del 40° km, rientra e circa 800 metri dopo si invola. La vittoria – col sorriso sulle labbra – è sua, ma il 2h03’32” lascia con un po’ di amaro in bocca. Adola chiude in 2h03’46”: mai un esordiente sulla distanza è andato così forte (lo stesso Kimetto vantava il relativo record con 2h04’16”). Seguono, lontani, l’etiope Mosinet Geremew (2’06’11”) e i keniani Felix Kandie (2h06’13”) e Vincent Kipruto (2h06’15”).
I PASSAGGI — «Cercavo un tempo migliore – ammette Kipchoge –, ma il meteo non è stato favorevole. Correre in 2h03’ con queste condizioni mi fa felice lo stesso. Adola? E’ un ragazzo nuovo, mi aspettavo Kipsang o Bekele, ma questo è lo sport». Questi i passaggi, con un primo calo tra il 10° e il 13° km : 14’28” al 5° km, 29’04” al 10° (14’36”), 43’44” al 15° (14’40”), 58’15” al 20° (14’34”), 1h01’29” alla mezza, 1h12’50” al 25° (14’32”), 1h27’34” al 30° (14’34”), 1h42’04” al 35° (14’40”) e 1h57’08” al 40° (15’04”).
LE DONNE — In campo femminile, successo in 2h20’23” della keniana Gladys Cherono, reduce da un lungo stop per una frattura da stress e come Kipchoge già vincitrice nel 2015. Fino all’exploit della Bertone.

Assoluti di Dalmine: Rachik e Maraoui sono tricolori
Ecco i risultati anche delle gare giovanili, tra sorprese e certezze
Grande partecipazione e gare agonisticamente palpitanti ai campionati italiani di corsa su strada sui 10 chilometri di Dalmine che hanno visto in gara oltre 2000 atleti e premiato due atleti italiani a tutti gli effetti, ma magrebini di nascita.
YASSINE RACHIK – Nella gara clou, quella assoluta maschile, disputata sotto la pioggia e corsa ad un ritmo velocissimo di 2.52/2.53 al chilometro, alla resa finale dei conti per la conquista del titolo italiano erano arrivati in tre. Tutti lombardi e tutti italo-marocchini. Ahmed El Mazoury, brianzolo campione italiano dei 10.000, Marco Salami mantovano campione italiano sui 5000 ed il bergamasco Yassine Rachik. Quest’ultimo ancora con il dente avvelenato per non essere stato convocato per la maratona dei campionati mondiali di Londra nonostante avesse ottenuto all’esordio a Milano l’ottimo crono di 2h13.22. Forse proprio questo desiderio di rivincita gli ha dato quella carica supplementare in più nella volata finale contro due avversari come El Mazoury e Salami notoriamente molto veloci allo sprint per imporsi in un notevole 28.45, davanti a El Mazoury 28.47, che fra poco dovrebbe esordire in maratona e Marco Salami 28.50 che con questo crono ottiene la sua migliore prestazione sulla distanza dei 10 km sia su strada che in pista. Per la cronaca la gara, essendo valida anche come campionato di società, era stata vinta dal keniota Ismail Kalale in 28.37.
FATNA MARAOUI – Duello ancora più serrato nella gara femminile assoluta. Subito dopo lo sparo è stata la triathleta bergamasca Sara Dossena a mettersi in testa cercando di fare selezione con un ritmo inferiore in alcuni parziali anche sotto i 3.20 al chilometro. Nella sua scia, almeno sino a metà gara, le maratonete azzurre Fatna Maraoui ed Anna Incerti. Poi dopo il quinto chilometro il duello si è ristretto fra la Dossena e la Maraoui che non ha mai desistito nonostante ad un certo punto avesse accumulato qualche metro di distacco. Finale quasi drammatico con le due atlete letteralmente sfinite, ma con la Maraoui, grazie al suo passato di pistard, nonostante le 40 primavere arrivate nel mese di luglio, capace prima di chiudere il gap con la Dossena, per poi superarla negli ultimi 400 metri andando trionfare in 33.10. Comprensibilmente delusa la lombarda, staccata di soli tre secondi, comprensibilmente delusa, nonostante avesse realizzato il proprio primato personale sulla disstnza. Alle loro spalle la regolare Anna Incerti ha completato il podio di lusso correndo in 33.39.
PROMESSE – Pronostici confermati invece nella gare promesse. In campo maschile l’emiliano Alessandro Giacobazzi, ritornato alla migliore forma dopo un inizio di stagione poco brillante, ha conquistato il titolo con 30.07, in quello femminile troppo più forte delle avversarie la trentina Isabel Mattuzzi che ha dominato la gara correndo in 34.34 nonostante non si fosse praticamente allenata nelle ultime due settimane per un problema fisico.
JUNIORES – Nella categoria under 20, assenti le due migliori atleti di categoria, Francesca Tommasi ed Ilaria Fantinel, il successo è andato alla piemontese Michela Cesarò, figlia d’arte, con un discreto 36.38 con oltre 40 secondi vantaggio sulla corregionale Valentina Gemetto. Fra i maschi galoppata vincente in 30.29 per il brianzolo Alberto Mondazzi che gareggia per l’Atletica Mariano Comense che fu la prima società di un certo Alberto Cova.
ALLIEVI – Fantastico bis, dopo la vittoria a sorpresa del 2016, per Luca Alfieri atleta del PBM Bovisio Masciago allenato dall’esperto Mario Scirè che dopo un avvio prudente ha accelerato progressivamente il ritmo di gara tagliando il traguardo in 32.41 e rifilando almeno 100 metri di distacco al piemontese Yassin Choury. Infine nella gara allieve, l’unica sulla distanza dei 6 km, orfana della super favorita Nadia Battocletti, via libera per il successo per la 16 enne bresciana Elisa Ducoli che con una decisa progressione finale si è imposta con bella autorità in 21.40, con almeno una quarantina di metri di vantaggio sull’emiliana Martina Corna 2° con 21.48.

Jepkosgei, record del mondo a Praga: sotto i 30 minuti
La 23enne keniana ferma il cronometro sotto la mezzora: una grande prestazione, che migliora il precedente record di quasi un minuto
Clamoroso primato mondiale femminile nei 10 km su strada al Birell Grand Prix di Praga. La 23 enne keniota Joyciline Jepkosgei con 29.43 ha polverizzato il precedente primato che apparteneva alla marocchina Asmae Leghzaoui che nel 2002 a New York corse la distanza in 30.29. Ad onor del vero la stessa Jepkosgei aveva fatto parecchio di meglio con 30.05, tempo di passaggio realizzato sempre a Praga nella “Sportissimo Prague Half Marathon, nell’ambito del primato mondiale sulla mezza maratona di 1.04.52.
RECORD DI PASSAGGIO – Nella sua straordinaria corsa record, la fuoriclasse africana avrebbe addirittura stabilito di passaggio anche il primato dei 5000 metri visto che il suo tempo a metà gara è stato di 14.33. Per dare una portata al suo record basta solo dire che in pista ci sono solo 4 tempi migliori del 29.43 della Jepkosgei, tre dei quali realizzati nella finale olimpica di Rio de Janeiro oltre al vecchio primato mondiale realizzato nel 1993 dalla cinese Junxia Wang nel 1993. In pochi mesi quello sui 10.000 è il quinto primato mondiale su strada della Jepkosgey dopo i record sui 15km, 20 km, mezza maratona e 10 km realizzati correndo però una distanza superiore.
AVVIO PAZZESCO – Come già nella gara primato sulla mezza maratona realizzato nel giugno scorso sempre a Praga, la Jepkosgei ha corso una prima metà gara sensazionale per poi stringere i denti nella seconda metà gara. Nella gara primato sulla mezza maratona passò ai 10 km in 30.05 (media di 3 minuti e 05 al km), con una proiezione finale sotto 1 ora e 4 minuti, per poi concludere in 1 ora 4 minuti e 52 secondi correndo il secondo 10.000 metri in 31.20 alla media di 3.08. Stesso copione nella corsa record sui 10.000 metri. Passaggio folle ai 5000 in 14.33, media di 2.54.5 al km, poi un secondo 5000 metri in 15.10, cioè correndo a 3.02 al km, che, a livello femminile è sempre un ritmo straordinario.
PROSSIMO RECORD IN MARATONA? Con il conforto di questi tempi straordinari dai 10.000 alla mezza maratona, la Jepkosgey sembra poter essere la candidata a migliorare uno de primati storici dell’atletica leggera, quello della britannica Paula Radcliffe nella maratona di 2 ore 15 minuti e 25 secondi, ottenuto nel 2003 a Londra in gara mista. Certamente per riuscirci, dovrà imparare a gestire meglio i ritmi gara. Per fare meglio della britannica bisogna correre per 42 km e 195 metri appena sopra i 3 minuti e 10 secondi al km passando a metà gara in circa 1 ora 7 minuti e 30 secondi. Sembrava fantascienza sino a poche settimane fa. La Jepkosgei con le sue folli galoppate su strada ci ha dimostrato che i limiti della macchina umana sono solo nella nostra testa.

Dalmine, un sabato tricolore: tutte le gare e i favoriti
Full immersion con la corsa su strada, con 2246 iscritti, sabato 9 settembre a Dalmine (Bergamo) per i campionati nazionali individuali e di società delle categorie allievi, junior, promesse, senior e master. Una sorta di non stop con la prima gara, quella delle allieve sui 6 km, già alle ore 10.00. La grande favorita è la trentina Nadia Battocletti, figlia d’arte di papà Giuliano mentre reciteranno il ruolo di outsider le lombarde Sophia Favalli ed Elisa Ducoli. A seguire, ore 11.00, la prova sui 10 km degli allievi con il previsto duello fra il lombardo Luca Alfieri e l’emergente marocchino Ayoub Idam. Si riprenderà nel primo pomeriggio, già alle ore 15.00, sperando che il caldo non sia eccessivo, con la gara femminile per tutte le categorie comprese quelle delle master.
SARA DOSSENA – La favorita d’obbligo, far le seniores, sembra essere la bergamasca Sara Dossena che nel prossimo mese di settembre esordirà nella maratona a New York che. La triatleta azzurra non avrà però vita facile per sbarazzarsi di rivali di alto livello e provata esperienza come Rosaria Console, Fatna Maraoui, Anna Incerti e Federica Dal Ri e Silvia La Barbera, senza tralasciare le chance di Isabel Mattuzzi, comunque grande favorita per il titolo promesse per cui lotteranno anche Christine Santi, Alice Cocco, Nicole Reina, Rebecca Lonedo, Eleonora Curtabbi e Federica Sugamiele. Fra le juniores, assente Francesca Tommasi, lotta per il titolo fra le piemontesi Michela Cesarò e Valentina Gemetto.
AMATORI- Alle ore 16.30, come succoso antipasto alla gara clou maschile, sempre sulla distanza classica dei 10 km ,ci sarà quella delle categorie master con grande agonismo per conquistare anche i titoli di società. Alle ore 18.00 è invece prevista la partenza della prova maschile. Si prevede una gara velocissima, favorita da un percorso assolutamente piatto e quanto mai scorrevole, che si snoda su tre giri di un circuito poco più lungo di 3 km. Pronostico incertissimo per la conquista della maglia tricolore fra il gruppo degli atleti azzurri quasi tutti reduci da lunghi stage in quota, sia a Livigno che al Sestrieres. Fra i grandi favoriti troviamo un pokerissimo di italo-marocchini composto da Ahmed El Mazoury, Said El Othmani, Marouane Razine, Yassine Rachik e da Marco Salami. Possibili outsider i gemelli livornesi Samuele e Lorenzo Dini, mentre per il titolo promesse circolino rosso sull’emiliano Alessandro Giacobazzi e sull’italo marocchino Ahmed Ouhda. Nella categoria juniores, assente l’italo ucraino Sergeiy Polikarpenko probabile duello fra il lecchese Mustafà Belghiti ed il gambiano Njie Nfmara .
MAGLIA AZZURRA – Il campionato italiano di corsa su strada servirà anche al c.t. Stefano Baldini per selezionare le due squadre juniores e promesse per l’incontro internazionale di corsa su strada contro la Francia, a quattro atleti gara, previsto per il prossimo mese di ottobre.


El Guerrouj, il padrone di Atene 2004: i suoi segreti
Medaglia d'oro sui 1500 e 5000 nei Giochi Olimpici 2004, il marocchino è stato uno dei più grandi di sempre
FENOMENO
Il campione di cui parliamo in questa nostra ottava puntata di “Ci vuole un fisico bestiale” è il mezzofondista marocchino Hicham El Guerrouj, più volte campione mondiale sui 1500, nonché campione olimpico sui 1500 e 5000 metri ad Atene nel 2004.
PALMARES STRAORDINARIO – Nel suo straordinario palmarès anche i primati mondiali dei 1500 con 3.26.00 (1998), del miglio con 3.43.13 (99), dei 2000 con 4.44.79 (99) oltre al secondo tempo mondiale all time sui 3000 con 7.23.09 (99). Nato in Marocco a Berkane il 14 settembre del 1974, con una complessione fisica ideale per il mezzofondo veloce con il suo 1 metro e 76 cm x 58 kg Hicham aveva rivelato il suo talento già nel 1992 quando aveva vinto la medaglia di bronzo ai mondiali juniores sui 5000 metri. Il primo importante salto di qualità, sotto la guida del tecnico Abdelkader Kada, avviene invece due anni dopo nel 1994 quando, a soli 20 anni, corre i 1500 in 3.33.61. Segue un quadriennio di continui miglioramenti con 3.31.16 (1995), 3.29.05 (1996), 3.28.91 (1997), sino poi al record del mondo di 3.26.00 (1998) realizzato al Golden Gala di Roma.
ALLENAMENTI DURISSIMI
Per arrivare in cima al mondo, El Guerrouj, si era sottoposto ad allenamenti di straordinaria intensità, soprattutto per quanto riguarda la capacità di mantenere i rimi gara elevatissimi necessari per arrivare a realizzare i primati mondiali delle gare comprese fra i 1500 ed i 2000 metri, passando per il miglio.
IL RUOLO DELLE LEPRI – Per riuscirci il campione marocchino ha sempre fatto un uso sistematico di apposite lepri, naturalmente stipendiate da lui, con allenamenti rigorosamente a porte chiuse per non far conoscere le sue metodiche di lavoro ed i tempi realizzati. Ecco il suo programma di lavoro annuale.
INVERNALE-PRIMAVERILE
Il suo programma di lavoro prevedeva il sostegno di una forte base organica e muscolare con sedute di questo tipo effettuate a giorni alterni nel periodo della preparazione invernale e primaverile. AEROBIC ENDURANCE. A) Breve riscaldamento poi B) 30 minuti da 3.10 a 3.00 al km poi C) 40 minuti di defaticamento in scioltezza. STRONG AEROBIC ENDURANCE. A) Da 30 a 45 minuti con incremento progressivo della velocità al km passando da 3.10 a 3.00 sino a 2.50 al km. B) riscaldamento poi 4 x 2000 metri in 5.10 recupero 2 minuti oppure 6 x 1000 in 2.30 recupero 2 minuti. MUSCULAR TRAINING. Riscaldamento poi 10 x 300 in salita o 5 x 150 in salita recuperando in jogging la distanza. A) 30 minuti di corsa facili poi B) 30 minuti di esercizi a carico naturale molto impegnativi. FARTLEK. Scaletta con minutaggi sempre più ridotti di 6/5/4/3/2 minuti e veloci e recuperi di corsa lenta compresi fra 30 e 60 secondi. TRACK SESSION. Scaletta in pista con distanze a scalare (600/1200/800/600/400) ed aumento della velocità con recuperi sempre stretti fra 60 e 30 secondi al massimo.
AGONISTICO- ESTIVO
Dopo la grande mole di lavoro sopra-descritta Hicham El Guerrouy rifiniva la forma portando a livelli altissimi l’intensità dei ritmi gara, sia come qualità, sia come quantità, mantenendo comunque molto stretti i tempi di recupero. Tre i lavori cardine del periodo agonistico, sempre con il grande supporto datogli da un gruppo di lepri esperte. A) riscaldamento poi 10 x 300 in 35/36 secondi con 60 secondi di recupero con lepri alternate. B) riscaldamento poi 10 x 400 in 53/54 secondi con 30 secondi di recupero con lepri nei secondi 200 metri. C) riscaldamento con 6 x 500 in 1.07/1.08 recupero 60 secondi con lepri i primi 300 metri.

Diamond League: Lasitskene 2.02 nell’alto, Miller-Uibo vola nei 400: 49”46
A Bruxelles la russa chiude imbattuta il 2017 e la bahamense sigla la migliore prestazione mondiale dell’anno. La Thompson domina i 100, Guliyev sconfitto sui 200
Il diamante è lei. È Mariya Lasitskene a impreziosire la finale della Diamond League di Bruxelles che assegna gli ultimi sedici titoli e, di fatto, chiude il 2017 dell’atletica globale. La campionessa del mondo si arrampica di nuovo oltre i due metri nell’alto (2.02). Ma quasi non fa più notizia. Quello che impressiona è che stasera la russa (neutrale) completi una striscia di ventiquattro successi su altrettante competizioni stagionali e per la quindicesima volta nell’anno si accomodi sopra i due metri. Il 2018 potrebbe essere l’anno buono per infrangere il record del mondo, al femminile come al maschile con Mutaz Essa Barshim. A Bruxelles la Lasitskene marcia senza intoppi fino a 1.94, sbaglia una volta a 1.97 e poi ha bisogno del terzo tentativo per planare a 2.02. L’asticella sale poi a 2.08, orizzonti che a brevissimo le saranno ancor più familiari. È l’unica gara con un po’ d’azzurro: pochissimo, in realtà. Alessia Trost saluta con un mesto 1.80 (dodicesima) e non si può che augurarle un 2018 di rinascita.
MILLER-UIBO MONDIALE - L’altro “wow” della serata è nei 400 donne. Quest’anno nessuna li aveva mai corsi così forte: Shaunae Miller-Uibo marca la migliore prestazione mondiale del 2017 (49”46) e la notte del Re Baldovino incorona anche Salwa Eid Naser, una delle più belle sorprese dell’intero panorama dell’atletica. La diciannovenne del Bahrain, argento a Londra, sfonda per la prima volta il muro dei 50 secondi e diventa la terza Under 20 della storia nel giro di pista con un crono (49”88) che mancava al mondo addirittura dal 1991. Lontani i tempi in cui spiccava soprattutto per il velo che le copriva il capo. Ora è il futuro. Il presente è la Miller, che stavolta non si inventa tuffi (Rio) e non scoppia negli ultimi trenta metri (Londra) e mette a segno uno degli smash della serata. Completando una doppietta Diamond 200+400 che era riuscita soltanto ad Allyson Felix nel 2010.
LO SPRINT - All’ultima gara, la prima sconfitta. Pur con il primato stagionale. Perde l’imbattibilità sui 200 il turco-azero Ramil Guliyev, il cagnaccio che ai Mondiali ha trionfato a sorpresa. E il diamante vola negli Stati Uniti a casa di Noah Lyles, ragazzone che quest’anno era partito come un bolide e che poi si è smarrito. Lo conosce bene Filippo Tortu perché fu l’unico a batterlo al mondiale juniores del 2016. Lyles indovina la volata (20”00, +0.9) e brucia il connazionale Webb (20”01) e lo stesso Guliyev (20”02). Tra le donne, Elaine Thompson è il solito fulmine nei 100: la sconfitta mondiale è una macchia su una stagione praticamente perfetta, che stasera si conclude con il 10”92 (+0.4) di Bruxelles davanti alla combattiva ivoriana Ta Lou. Nei 100 maschili senza diamante (già assegnato a Zurigo al britannico Ujah) si rivede Yohan Blake. Al giamaicano basta 10”02 (+0.2 il vento) per avere ragione dell’americano Mike Rodgers (10”09) e dell’altro giamaicano Julian Forte (10”12) che tra Rovereto e Bruxelles non ha confermato l’exploit di domenica a Berlino (9”91).
LE CONFERME - È una sfilza di conferme post-Londra: dalla croata Sandra Perkovic che diventa la prima donna a conquistare il diamante per la sesta volta (con 68.82 nel disco), alla keniana Hellen Obiri (14’25”88, quarto tempo dell’anno) che trascina anche la più giovane connazionale Kipkirui a un super personale (quasi 25”) di 14’27”55. A segno il Kenya anche nei 3000 siepi che replicano il podio dei Mondiali: Kipruto, El Bakkali, Jager. La volata premia il keniano (8’04”73) sul marocchino (8’04”83) ma è rimandato il tentativo di abbattere la soglia degli otto minuti annunciato alla vigilia. Scende invece sotto i quattro minuti Faith Kipyegon nei 1500 (super 3’57”04) e con lei anche Sifan Hassan (3’57”22). Scontata nel disco il marchio del lituano Andrius Gudzius (68.16), altrettanto l’asta della greca Stefanidi (4.85), più combattuto il triplo con Christian Taylor a 17.49 e l’altro Usa Will Claye a 17.35.
I RISCATTI - Fino al penultimo turno di salti, la classifica del lungo donne pare disegnata da un ingegnere: tra la prima (la britannica Ugen) e la quinta (l’americana Bartoletta) soltanto cinque centimetri, e tutte le posizioni distanziate di un centimetro. A rompere quest’equilibrio, e a riscattare la beffa clamorosa di Londra, ci pensa all’ultimo salto la serba Ivana Spanovic con un graffio da 6.70. E stavolta non c’è dorsale che si stacca e le nega il podio per un solo centimetro, come accaduto ai Mondiali. La campionessa del mondo Bartoletta chiude quarta (6.63), l’argento di Londra Klishina è settima (6.49). Anche la campionessa olimpica dei 400hs Dalilah Muhammad, da par suo, si prende una fetta di rivincita: il suo 53”89 elenca 50mila buoni motivi (in dollari) per non essere troppo tristi, premio consolatorio strappato alla ceca Hejnova (53”93). C’era qualche conto in sospeso anche nei 110hs: senza il campione del mondo Omar McLeod, ha vita più facile il russo (neutrale) Sergey Shubenkov con un discreto 13”14 (+0.5). Riemerge anche Nijel Amos negli 800 dopo aver steccato i Mondiali e con 1’44”53 batte i polacchi Lewandowski e Kszczot e scappa col malloppo. TUTTI I VINCITORI — Uomini. 200: Noah Lyles (Usa). 800: Nijel Amos (Bot). 110hs: Sergey Shubenkov (Ana) 3000 siepi: Conseslus Kipruto (Ken). Triplo: Christian Taylor (Usa). Peso: Darrell Hill (Usa). Disco: Andrius Gudzius (Lit). Donne. 100: Elaine Thompson (Giam). 400: Shaunae Miller-Uibo (Bah). 1500: Faith Kipyegon (Ken). 5000: Hellen Obiri (Ken). 400hs: Dalilah Muhammad (Usa). Alto: Mariya Lasitskene (Ana). Asta: Katenia Stefanidi (Gre). Lungo: Ivana Spanovic (Ser). Disco: Sandra Perkovic (Cro).

Il record di Bekele sui 10mila: ancor più spaziale, 12 anni dopo
Proprio due giorni fa, il glorioso anniversario di un limite che ha fatto e continuerà a fare la storia dell'atletica mondiale
Se deve ancora nascere l’uomo che in futuro proverà a battere i primati mondiali di Usain Bolt sui 100 e 200 metri, probabilmente si potrebbe dire la stessa cosa per quanto riguarda i record mondiali dei 5000 (12.37.35) e dei 10.000 (26.17.53) di Kenenisa Bekele. Sono già passati ben 12 anni da questo secondo primato ottenuto nel corso del Memorial Van Damme di Bruxelles: l’anniversario, proprio due giorni fa, 26 agosto.
IL FRATELLO LEPRE – Bekele per l’occasione si era preparato a St. Moritz con il fratello più giovane Tariku soprattutto sui ritmi gara facendo una brillante sessione di 6 x 1200 metri in 3.09/3.10 con brevi tempi di recupero. Proprio a Tariku toccò infatti il compito di lanciargli la prima metà gara con un passaggio ai 5000 metri in 13.09. Un passaggio record, ma gestito con cadenze regolari di circa 63 secondi a giro, anche se poi Kenenisa avrebbe dovuto fare l’altra metà gara da solo. Più o meno allo stesso ritmo visto che il precedente primato, da lui stesso detenuto , realizzato ad Ostrava l’anno precedente, era di 26.20.34.
RITMO IRREGOLARE – Dovendo fare tutto da solo Bekele rischiò di andare fuori giri correndo il sesto km, passaggio in 15.44.66, in un clamoroso 2.35.40. Quindi ancora un leggero calo con un parziale di 2.39.32 per arrivare al settimo chilometro in 18.23.98. I due chilometri più difficili e più lenti di tutta la gara sono l’ottavo che il fuoriclasse etiope completa in 2.40.50 per un passaggio di 21.04.48 ed il nono, ancora corso sul piede dei 2.40.59, transitando ad un km dalla fine in 23.45.09.
FINALE TRAVOLGENTE – Il record mondiale potrebbe anche sfumare, ma Kenenisa tiene come asso nella manica l’ultimo giro a cui approda in 25 minuti e 20 secondi, avendo continuato a correre a 2.40 al km dai 9000 ai 9600 metri. Per fare il record gli basterebbe completare il giro finale in 59 secondi, ma Bekele riesce addirittura a volarlo in 57 secondi e qualche decimo per fissare il nuovo primato del mondo in 26.17.53. Con due frazioni di gara quasi simili di 13.09.08 e 13.08.45. Spaventosa soprattutto la sua capacità di correre in solitario a ritmi fra 2.32 e 2.40 per i secondi 5 chilometri dopo un primo 5000 in 13.09.
NESSUN ALTRO TENTATIVO – Che il suo record sui 10.000, così come quello sui 5000 siano stati considerati primati inattaccabili, lo dimostra il fatto che negli ultimi 12 anni non c’è mai più stato un solo teantivo per migliorarli. Controllando le liste mondiale all time dei 10.000 metri si può notare che il tempo più veloce dal 2005 ad oggi è stato quello di 26.35.63 ottenuto il 25 agosto del 2006 dal keniota Micah Kogo a Bruxelles. Con quel crono Kogo realizzò allora la sesta prestazione mondiale sulla distanza. Da quella data ad oggi più niente. Bisogna arrivare all’11 settembre del 2011 per trovare il 26.43.98 di Lukas Rotich, 14esima prestazione mondiale all time. Quel giorno Rotich arrivò secondo dietro proprio a Kenenisa Beleke vincitore in 26.43.11. Mo Farah, tanto per farci un’idea, l’asso pigliatutto degli ultimi 8 anni, nella lista all time è solo 16esimo con un primato di 26.46.57 dietro il suo compagno di allenamenti Galen Rupp 15esimo con 26.44.36.


Zurigo: una finale tra diamanti e fuochi d'artificio
Giovedì 24 agosto al Letzigrund si assegnano i primi sedici trofei della IAAF Diamond League 2017. In gara Gianmarco Tamberi, Yadis Pedroso e la 4x100 femminile azzurra. Diretta TV su Fox Sports HD ore 20-22.
La grande atletica celebra a Zurigo giovedì 24 agosto la prima delle due finali della IAAF Diamond League. Com'è noto, il format del massimo circuito internazionale ha subìto quest'anno un restyling con l'intento di rendere decisamente più spettacolari le due finali che assegnano i montepremi. A differenza delle precedenti stagioni, quando gli atleti accumulavano punti nei meeting del calendario e l'atleta col punteggio più alto si aggiudicava la Diamond Race a prescindere dal successo nella finale, da quest'anno i finalisti di ogni specialità, qualificati attraverso i dodici meeting precedenti, si affrontano per decretare il vincitore dei 50.000 dollari (e premi a scalare fino all'ottavo classificato) e il Diamond Trophy. Nella pedana dell'alto maschile Gianmarco Tamberi affronta il secondo meeting in cinque giorni dopo il 2,20 di Birmingham. Il 25enne marchigiano delle Fiamme Gialle sarà ancora in gara contro Mutaz Barshim (2,40 a Birmingham) e il bronzo mondiale siriano Ghazal, cui stavolta si aggiunge l'ex-campione del mondo Bohdan Bondarenko. Per Yadis Pedroso (Aeronautica) una corsia nei 400hs non validi per le Diamond Races, in cui la 30enne primatista italiana affronterà la due volte campionessa del mondo Zuzana Hejnova, l'argento olimpico Sara Petersen e la britannica Eilidh Child. Nella 4x100 donne big-clash tra Stati Uniti e Gran Bretagna, con Giamaica, Germania, Olanda, Svizzera. In pista anche una quasi inedita staffetta azzurra per cui sono state convocate Gloria Hooper (Carabinieri), Libania Grenot (Fiamme Gialle), Jessica Paoletta (Esercito), Audrey Alloh (Fiamme Azzurre) ed Elisabetta De Andreis (ACSI Italia Atletica).
TV - Il meeting di Zurigo sarà trasmesso in diretta TV su Fox Sports HD ore 20-22.
SPRINT E OSTACOLI CON THOMPSON, GATLIN E WARHOLM - Quattro donne per il Diamond Trophy dei 200 metri: la rigenerata giamaicana Elaine Thompson, la mina vagante ivoriana Marie-Josée Ta Lou, l'olimpionica dei 400 Shaunae Miller-Uibo e l'iridata Dafne Schippers, apparsa in difficoltà a Birmingham, ma vincitrice della Diamond Race un anno fa con il vecchio regolamento. Justin Gatlin torna sui 100 metri dopo l'oro di Londra, così come Ronnie Baker, protagonista dell'avvio di stagione. Rientra anche Asafa Powell, ai box per infortunio da tempo. L'ivoriano Meité, il sudafricano Simbine e soprattutto il britannico Ujah completano la lista dei favoriti per il successo. Senza van Niekerk tocca a Isaac Makwala ergersi a protagonista dei 400 metri. La popolarità del botswaniano è ancora alle stelle dopo il Mondiale, ma Steven Gardiner potrebbe impedirgli il successo. Karsten Warholm è una delle star più attese al Letzigrund. Il campione del mondo dei 400hs affronta l'esame di Zurigo con gli altri medagliati di Londra, il turco Copello e l'olimpionico Clement, e con la novità delle Isole Vergini McMaster, leader stagionale. Sally Pearson cerca la conferma del felicissimo momento che l'ha riportata in vetta ai 100hs e la prima vittoria di specialità. Nel pokerissimo di top-hurdler USA presenti, la più in condizione sembra la Harper-Nelson, tornata sul podio a Londra e già con quattro vittorie di Diamond Race nel palmarès.
MEZZOFONDO, FEBBRE DA CRONOMETRO - La gara-clou del mezzofondo sono gli 800 donne. Il cast è ancora una volta superlativo, Caster Semenya che ha nel mirino un gran tempo, la burundiana Niyonsaba, la keniana Wambui e l'olandese Hassan a sfruttare la scia sperando in un cedimento della sudafricana. Show garantito. Un crono di dimensioni-record è anche nelle corde delle siepiste: un compito difficile per Emma Coburn, strepitosa vincitrice del Mondiale, contenere la forza d'urto delle keniane Kiyeng, Chepkoceh e Chespol e della primatista mondiale Ruth Jebet. Stavolta l'addio alla pista è definitivo: Mo Farah correrà su un anello di 400 metri per l'ultima volta, sui 5000 metri in cui troverà una motivazione sensazionale, battere l'etiope Muktar Edris che gli ha soffiato l'oro di Londra. La gabbia etiope, con Kejelcha, Barega e Alamirew, è ancora l'arma migliore degli africani per contenere la volata vincente del britannico. Ben nove keniani concorreranno sui 1500 metri, dove Asbel Kiprop è chiamato alla difficile impresa di vincere la terza Diamond Race consecutiva. Sulla carta, il campione del mondo Elijah Manangoi e il suo vice, Timothy Cheruiyot, hanno migliori chances di vittoria. In gara anche il bronzo di Londra Filip Ingebrigtsen, il ceco Holusa e l'ex-marocchino Mikhou, ora in forza al Bahrain.
SALTI, LAVILLENIE PER L'OTTOVOLANTE - Nell'asta uomini c'è un tema che prevale sull'aspetto tecnico: l'eventuale vittoria di specialità, l'ottava in otto stagioni, di Renaud Lavillenie, che sarà messo alla frusta dal campione del mondo Sam Kendricks e dall'argento di Londra Piotr Lisek. Il francese è l'unico atleta al mondo ad aver messo le mani sul traguardo dall'esordio del circuito. Domani, come da recente tradizione del meeting svizzero, il succoso anticipo con la gara di asta femminile indoor sulla pedana allestita nella stazione centrale di Zurigo e in gara tutte le medagliate di Londra, la greca Stefanidi, la statunitense Morris, la cubana Silva e la venezuelana Peinado. Nel lungo l'intero podio di Londra si ritrova in pedana: l'oro Manyonga, l'argento Lawson e il bronzo Samaai. Nessuno dei tre ha mai vinto il trofeo di specialità. Nel triplo femminile si affrontano ancora l'olimpionica colombiana Caterine Ibargüen e la campionessa del mondo Yulimar Rojas, reduce dall'opaca prestazione di Birmingham. Presenti anche il bronzo di Londra Olga Rypakova e la giamaicana Williams, capace di tenere la Ibargüen sulla corda fino all'ultimo salto nella gara di domenica scorsa.
LANCI, VETTER vs ROHLER - Il trofeo del giavellotto uomini viaggia sul filo di misure spettacolari del duo tedesco Johannes Vetter-Thomas Rohler, protagonisti di una stagione straordinaria ma con la delusione patìta dall'olimpionico Rohler a Londra, senza medaglia. Il tedesco vanta un successo di specialità nel 2014. Il giavellotto donne vive invece sul duello tra Barbora Spotakova e Sara Kolak, olimpioniche entrambe e con i precedenti di accesi confronti a Losanna e Londra. Nel peso, la neoiridata Gong cerca l'impresa: il primo successo cinese di specialità nella storia della Diamond League. In pedana l'olimpionica Michelle Carter e l'argento mondiale Anita Marton.


In 2000 ad Amatrice: tutti alla “Corsa della Rinascita”
La Amatrice-Configno era alla sua 40esima edizione, la più delicata dopo il terremoto di un anno fa
Oltre 2000 podisti hanno partecipato domenica pomeriggio alla 40° esima edizione della Amatrice- Configno, la classica gara di corsa su strada di km 8,500 ribattezzata quest’anno “Corsa della Rinascita” a significare un ritorno alla vita dopo il terribile terremoto del 24 agosto 2016.
TRE MOMENTI – L’avvenimento è stato vissuto in tre particolari momenti. Sabato sera una premiazione che ha visto coinvolti fra gli altri i campioni olimpici Stefano Baldini, Gelindo Bordin, Gabriella Dorio ed Ezequiel Kemboi, oltre agli ex olimpionici della maratona, oggi apprezzati giornalisti come Marco Marchei e Franco Fava. Il secondo significativo omaggio ad Amatrice è avvenuto domenica mattina quando Gelindo Bordin e Gabriella Dorio, insieme a Bruno D’Alessio storico organizzatore della Amatrice- Configno ed a Luigi Salvi dell’ Associazione Configno hanno deposto una corona di fiori bianchi e rossi all’interno della Zona Rossa, tutt’ora inaccessibile, davanti alla Torre Civica. Uno dei luoghi di Amatrice più colpiti dal terremoto di un anno fa. Poi la gara, con la presenza record di oltre 2000 partecipanti.
FESTIVAL AFRICANO – A livello individuale la “Corsa della Rinascita” è stata un autentico festival africano con 10 atleti nei primi dieci posti nella gara maschile ed i primi due in quella femminile in un contesto piuttosto modesto come partecipazione. Fra gli uomini si è imposto, facendo il bis con il successo del 2016, il keniano Alberto Chemutai in 24.55 davanti al connazionale Sammy Kipngetich (25.01) ed all’ugandese Victor Kiplangath (25.05), recente campione mondiale di corsa in montagna a Premana. Fra le donne la keniana Vivian Jerop Kemboi ha dominato le avversarie chiudendo in 29.45 davanti all’ugandese Ada Munguleya (31.05) ed alla marchigiana Alessia Pistilli (32.22).
AZZURRI GRANDI ASSENTI – L’unica nota dolente è stata l’assenza quasi totale dei migliori fondisti azzurri, se si esclude la coppia degli italo- marocchini dell’ Esercito composta da Marouane Razine (11°) e Said El Otmani (12°), che almeno hanno fatto atto di presenza anche se sono finiti ad oltre 90 secondi dal vincitore. Nessuna azzurra invece al via nella prova femminile. Una bella occasione persa in blocco per un importante atto di solidarietà in un momento tra l’altro non certo esaltante per l’atletica italiana uscita con le ossa rotte dai mondiali di Londra.
IL TRIBUTO DEGLI AMATORI – Una grande prova di solidarietà invece l’hanno offerta i 2000 amatori, cifra record, che hanno preso il via da Amatrice e si sono arrampicati sino ai 1100 metri di Configno. Tutti riconvocati per l’edizione del 2018. Sperando che per quella data le macerie siano sparite del tutto e che la ricostruzione della cittadina sabina abbia segnato passi importanti.

Diamond League a Birmingham, Barshim vola: 2.40
Il qatariota decolla al primato mondiale stagionale dell'alto. Tamberi si ferma a 2.20. Emozionante saluto di Mo Farah nell'ultima in pista sul suolo britannico, riscatto della giamaicana Thompson nei 100 (10"91)
Il 2.40 di Mutaz Essa Barshim è il colpo a sensazione della tappa di Diamond League di Birmingham, la prima dopo i Mondiali di Londra e l'ultima prima delle finali di Zurigo e Bruxelles. Per molti, il meeting britannico era il redde rationem post-Mondiale, per il fenomenale qatariota campione del mondo dell'alto è stata invece la rampa di lancio verso il miglior salto dell'anno, due centimetri in più rispetto al 2.38 che già gli apparteneva. Nella gara che ha visto Gianmarco Tamberi uscire di scena con tre errori a 2.24, Barshim ha invece danzato sull'asticella, non senza qualche brivido sul suo percorso (due errori a 2.31, due errori a 2.39), ma con un balzo straordinario nel suo unico tentativo a 2.40, sorretto da una tecnica fenomenale e da una condizione atletica da urlo. Il campione del mondo ha poi scelto di non tentare poi l'assalto al record del mondo, distante "soltanto" cinque centimetri e di rimandare l'appuntamento con la soglia storica di Sotomayor, peraltro già avvicinata tre stagioni fa con il 2.43 che lo ha reso il secondo saltatore della storia. Da segnalare anche un'altra prova di qualità del bronzo mondiale, il siriano Ghazal, oggi secondo in 2.31. Nella prima uscita dopo la delusione mondiale, Gianmarco Tamberi si è fermato invece a 2.20, con tre tentativi non riusciti alla misura successiva di 2.24. Gimbo, escluso a Londra in qualificazione con un 2.29 che fatto in finale sarebbe valso il bronzo, a Birmingham non ha trovato le stesse sensazioni e dopo un misura d’ingresso a 2.15 senza intoppi, ha dovuto ricorrere al secondo tentativo per domare 2.20 e poi ha lasciato la gara alla misura che è stata fatale anche ad altri big come Grabarz, Thomas e Bednarek.
ULTIMO FARAH — Prima in Bentley, poi su quei piedi magici che gli hanno consegnato quattro ori olimpici e sei mondiali. L'ultimo Mo Farah in pista sul suolo britannico (e a Zurigo chiuderà per sempre con le prove dentro lo stadio) è iniziato con il giro d'onore del campionissimo ed è proseguito con la sua cavalcata nei 3000. Buono il crono (7'38"64) ma ad impressionare è stato soprattutto il boato del suo pubblico che lo incitava nel rettilineo finale. L'esultanza di Farah è stata emozionante, quasi questa vittoria gli servisse per togliersi di dosso il passo falso nei 5000 di Londra (argento). "Gli ultimi dieci anni sono stati incredibili", il saluto ai suoi tifosi.
RISCATTO THOMPSON — Elaine, questa devi spiegarcela. A Birmingham, la Thompson si è presa una parziale rivincita sui 100 dopo il dramma sportivo dei Mondiali (quinta). La giamaicana campionessa olimpica ha ripreso la sua striscia di vittorie, interrotta soltanto dal capitombolo di Londra, con un 10"91 contro vento (-1.2) davanti all'ivoriana due volte medaglie a Londra, Maria Josee Ta Lou (10"97). Più indietro l'oro mondiale dei 200 Dafne Schippers, solo sesta con 11"22. Nella velocità al maschile si è confermato Ramil Guliyev, il cagnaccio turco-azero, sorpresissima dei Mondiali: 20"17 sui 200 per lasciarsi alle spalle l'americano Webb (20"26) e il canadese Brown (20"30). I 100 erano invece una questione tutta british e hanno perso per falsa partenza uno dei grandi protagonisti, Adam Gemili. Successo all'altro frazionista d'oro della 4x100 Chijindu Ujah (10"08, -0.2).
DOPO LONDRA — Tra le campionesse mondiali è stata sconfitta la regina dei 5000 Hellen Obiri, sorpresa nei 3000 dall’olandese Sifan Hassan con il primato del meeting (e record d’Olanda) di 8’28”90, e superata nel finale anche dalla promettente tedesca Konstanze Klosterhalfen, 20 anni, primato nazionale in 8’29”89, e dalla keniana Chelimo Kipkemboi. La giovane rivelazione del Bahrain Salwa Eid Naser (50"59) si è concessa il lusso di battere di nuovo Allyson Felix (50"63) sui 400. Tra i delusi di Londra, è riemerso il botswano Nijel Amos, primo negli 800 in 1'44"50, quanto basta per arginare la tipica rimonta del polacco Adam Kzcszot, l'uomo dei finali impossibili (1'45"28). Senza problemi nell'asta Ekaterini Stefanidi (4.75) e nel disco Sandra Perkovic (67.51), battuta invece la venezuelana Yulimar Rojas nel triplo per mano della colombiana argento mondiale Caterine Ibarguen (14.51). Serrato il duello nei 110hs tra Aries Merritt e Sergey Shubenkov, risolto soltanto sull'ultimo ostacolo dal primatista del mondo americano (13"29), più deciso negli appoggi finali rispetto al russo-neutrale (13"31).


Semenya, oro e polemiche. Bolt, addio con giro d'onore
Usain saluta: "Anche Ali perse l'ultima battaglia". La sudafricana domina gli 800, il qatariota si impone in una finale che garantiva il bronzo con 2.29, stessa misura che in qualificazione ha escluso Tamberi. Staffetta Usa 4x400 maschile beffata da Trinidad, sedicesima medaglia mondiale per Allyson Felix: meglio di chiunque altro
Stavolta niente podio “intersex”, come successe invece ai Giochi di Rio. Ma non c’è avversaria che possa fermare Caster Semenya. Né l’altra iperandrogina Francine Niyonsaba, pur seconda e al comando fino all’imbocco del rettilineo conclusivo (1’55”92). Né l’americana Ajee Wilson, bronzo (1’56”65), l’unica tra le prime quattro al di fuori dalle polemiche di un 800 che a molti fa storcere il naso al solo definirlo “femminile”. L’altra intersex, Margaret Wambui ha chiuso quarta nella serata in cui la Semenya, 26 anni, di nuovo oro mondiale dopo Berlino 2009, si è espressa ai massimi livelli della propria carriera, con un pauroso record africano di 1’55”16 che l'ha proiettata all’ottavo posto nel ranking di sempre delle ottocentiste. Un risultato sensazione, nella notte del (triste) giro d'onore ai Mondiali di Londra che ha segnato l'addio di Usain Bolt dopo il crampo e il crollo di ieri sera in staffetta, desolante uscita di scena del Lampo: "Anche Muhammad Ali ha perso la sua ultima battaglia...".
CHE CASTER — Così forte, su questo pianeta, non si correva da nove anni negli 800. E resta l’impressione che Caster valga ancora di più e che si limiti, come volesse risparmiarsi per non alimentare a dismisura le polemiche. Inevitabili. Tornò a volare quando il Tas di Losanna sospese il provvedimento con cui la Iaaf le aveva imposto una cura ormonale per limitare i livelli di testosterone, che di fatto aveva azzerato le sue prestazioni in pista. La federazione mondiale nell’appello a questa decisione allegherà anche lo studio pubblicato sul British Journal of Sports Medicine che dimostrerebbe vantaggi fino al 4.5% per le androgine. Non finisce qui. Intanto Caster, giustamente, se la gode. E alla Rai ha rivelato il suo segreto: "Mi alleno come un cavallo..."
BARSHIM DOMINA — La medaglia alla Siria e la gioia inarrestabile di Majd Eddin Ghazal tratteggia una delle immagini più commoventi della serata, in una stramba finale del salto in alto, livellata verso il basso, paradossale per quanto abbia deluso rispetto alle qualificazioni show. Con il salto da 2.29, Gianmarco Tamberi è stato escluso dalla finale di stasera. Con lo stesso 2.29, Ghazal è salito sul podio, per un bronzo storico e simbolico per la terra dilaniata da una guerra civile infinita. Soltanto Mutaz Essa Barshim, e si sapeva, ha mantenuto fede alle premesse: il fuscello del Qatar con 2.35 è piombato su quell'oro globale (Giochi o Mondiali, tranne indoor) che gli era sempre mancato. Poi tre errori a 2.40. Gli altri? Danil Lysenko 2.32 d'argento, il già citato Ghazal bronzo con 2.29, eguagliato ma con più errori dal messicano Rivera e dal tedesco Przybylko. Con 2.25 si arrivava sesti (i vari Grabarz e Bondarenko). E a pensare quanto avrebbe potuto esaltarsi Gimbo in finale, resta soltanto amarezza. E qualche rimpianto.
MANANGOI E FRATELLI... — È un anno da ricordare per la famiglia Manangoi. Il piccolino di casa (George) aveva stupito un mese fa ai Mondiali Allievi di Nairobi: oro mondiale nei 1500. Il fratellone poteva mai essere da meno? A Londra, il 24enne Elijah Manangoi (3'33"61) lo ha emulato nel regno dei grandi, sempre nei 1500, battendo in volata Timothy Cheruiyot nel derby keniano (3'33"99), mentre il tre volte campione - consecutivo - Asbel Kiprop scivolava indietro, vittima di scarsa lucidità nel finale. E a proposito di atleti che hanno preso esempio dai fratelli minori, anche il norvegese Filip Ingebrigtsen (3'34"53) dopo aver festeggiato i due ori del piccolo Jakob agli Europei Under 20 di Grosseto, ha gioito per il bronzo mondiale.
AYANA SENZA BIS — Una volta sì, due no. Basta un oro, due sono troppi (tranne nelle staffette). È una legge non scritta di questo Mondiale, rispettata da tutti, che piaccia o no. Come accaduto a Mo Farah, dopo il successo nei 10.000 anche Almaz Ayana ha ceduto il passo nella distanza più breve, i 5000. E se ieri era l’Etiopia a giovarne, stasera hanno esultato i cugini del Kenya. Testa a testa nei 5000, prevedibile, tra la Ayana e Hellen Obiri, già argento ai Giochi di Rio. Rimaste al comando in due con un vantaggio consolidato già prima di metà gara, la keniana ha aspettato il momento giusto per attaccare: i trecento metri dalla fine. È lì che ha cambiato ritmo e lasciato sul posto la Ayana, per volare verso il suo primo titolo mondiale in 14’34”86. Etiope d’argento in 14’40”35 e podio completato dall’olandese (ma di origine etiope) Sifan Hassan in 14’42”73.
DISCO CROATO — Perkovic, ovviamente. La croata che in stagione aveva scagliato il disco lontano come nessuna negli ultimi 25 anni, ha incassato il suo secondo titolo mondiale con due lanci oltre la barriera dei settanta metri: 70.31 il migliore per DiscusQueen. L'australiana Dani Stevens con 69.64 ha migliorato il record dell'Oceania (argento) e la francese Melina Robert Michon (bronzo, 66.21) ha messo in riga le cubane Perez e Caballero.
Il saluto di Usain Bolt, giro d'onore dopo l'infortunio di ieri. Afp
Il saluto di Usain Bolt, giro d'onore dopo l'infortunio di ieri. Afp
FINALE A SORPRESA — Un'altra sorpresona nel finale: ma d'altronde come poteva terminare un Mondiale così aperto, mai scontato, imbevuto di colpi di scena, alcuni onestamente impensabili. La staffetta 4x400 degli Stati Uniti si è fatta beffare da Trinidad&Tobago (2'58"12): il guizzo di Lalonde Gordon ha scalzato l'americano Fred Kerley (2'58"61) che già pregustava l'undicesimo oro della spedizione degli States. Bronzo alla Gran Bretagna che con le staffette ha fatto benissimo (2'59"00). Gli Usa si sono quindi "fermati" a 10, comunque inamovibili in vetta al medagliere (cinque ori Kenya, tre Sudafrica e Francia). Prima della beffa maschile, Allyson Felix aveva allungato in testa al medagliere all-time con la sua sedicesima medaglia mondiale, la terza in questa edizione: oro alle donne della 4x400 Usa in 3'19"02, argento Gran Bretagna (3'25"00), blitz Polonia per il bronzo (3'25"41). Il Mondiale delle sorprese si è chiuso con il giro d'onore di Usain Bolt, visibilmente spento, senza la verve che lo ha sempre caratterizzato e reso unico. Il presidente della Iaaf Sebastian Coe e il sindaco di Londra Sadiq Kahn lo hanno premiato con un frammento della corsia numero 7, quella su cui corse (e stravinse) i Giochi 2012 a Londra nei 100. Emozioni e un po' di malinconia: il calore del pubblico, il giro d'onore finale, l'abbraccio di mamma Jennifer e papà Wellesley, l'ultimo gesto di esultanza - il suo, quello solito, inconfondibile - diventato icona globale. È l'addio, sostiene lui. Lo sarà davvero?

Mondiali: Farah a pezzi nei 5000, sconfitto all'ultima gara

Il più triste degli addii. L'epilogo più clamoroso. Nell'ultima gara della sua carriera, Usain Bolt si è preso come sempre la ribalta, ma non per la 20ª medaglia d'oro con cui sperava di chiudere la sua memorabile avventura in pista. Il 31enne giamaicano si è infortunato al retrocoscia sinistro mentre correva l'ultima frazione della finale della 4x100. Ha iniziato a zoppicare mentre era già nel pieno della velocità ed è stato costretto a interrompere l'azione. Si è accasciato ed è stato soccorso. In pista è stata fatta entrare anche una sedia a rotelle per accompagnarlo fuori senza ulteriori sforzi, ma Bolt si è rialzato e scortato dai compagni McLeod, Blake e Forte è riuscito a raggiungere il bordo pista sulle sue gambe. Sconsolato, distrutto. È la notte più buia. "Non ci ha detto esattamente cosa sia accaduto ma da quello che abbiamo visto potrebbe aver avuto uno stiramento o un crampo", ha detto il compagno di staffetta Julian Forte. "Si è scusato con noi, ma gli abbiamo detto che non c'è nulla di cui scusarsi, gli infortuni fanno parte dello sport", ha raccontato l'altro frazionista giamaicano Omar McLeod, iridato dei 110 ostacoli.
ORO GRAN BRETAGNA — Nel frattempo l'oro con la miglior prestazione mondiale stagionale andava alla Gran Bretagna (37"47), l'argento agli Stati Uniti (37"52), il bronzo al Giappone (38"04). Per Bolt, è un'altra serata shock dopo quella di domenica scorsa, con la sconfitta patita dagli americani Gatlin e Coleman nella finale dei 100 (solo bronzo). Sognava una notte diversa per salutare il mondo dell'atletica, dopo aver vinto 8 ori olimpici e 11 mondiali.
GLI INFORTUNI — Di infortuni così gravi in pista non se ne ricordano per Usain Bolt. Di acciacchi sì, sempre maggiori col passare degli anni. Nel 2010, quando era stato già padrone di un'edizione dei Giochi e una dei Mondiali, il giamaicano alzò bandiera bianca per colpa di un'infiammazione alla parte inferiore della schiena avvertita dopo il meeting di Stoccolma. Tra i più seri infortuni della sua carriera c'è quello a un piede nel 2014 - di nuovo in un anno senza Mondiali e Giochi - che lo fermò per alcuni mesi e gli fece saltare anche il Golden Gala di Roma, condizionando gran parte della stagione. Nel 2016, a maggio, Usain Bolt avvertì un fastidio dopo la vittoria nei 100 al meeting delle Isole Cayman (10”05). Un leggero dolore a una coscia, che ha richiesto gli accertamenti del suo ortopedico di fiducia, il dottor Hans Wilhelm Muller Wohlfahrt a Monaco di Baviera (consultato anche quest’anno dopo il 10”06 di Ostrava). Pochi mesi dopo, a Rio 2016, avrebbe dominato come sua abitudine i Giochi con tre ori, entrando nella leggenda. Dove resterà per sempre. Anche se stasera, per la prima volta, abbiamo visto cadere l’unico uomo che sapeva volare.
Non solo Bolt: il re del mezzofondo argento nell’ultima uscita in carriera prima del passaggio alla maratona. Pearson risorge sugli ostacoli, Mayer superman del decathlon, Vetter nel giavellotto ma senza i 90 metri
Cristallizzate questi istanti, memorizzate questa nottata d'agosto, ficcatevela in testa. Congelatela, perché è l'ultima volta che l'abbiamo visto correre. E la prima in cui l'abbiamo visto realmente cadere. Usain Bolt ha lasciato l'atletica con un flop clamoroso ai Mondiali di Londra. Ma non solo: anche l’altra stella più brillante del firmamento mondiale di Londra è caduta nella sua ultimissima gara in pista (si sposterà sulla maratona). Prima del crac del giamaicano, un altro psicodramma sportivo allo stadio olimpico per il k.o. di Mohamed Farah, in frantumi dopo dieci medaglie d’oro consecutive tra 5000 e 10.000 a Giochi e Mondiali, ingabbiato dal gioco di squadra degli etiopi. Trionfo di uno di loro: Muktar Edris è il nuovo imperatore dei 5000 (13’32”79) e ha relegato all'argento il golden boy britannico (13’33”22), che ha fallito la quinta doppietta consecutiva nel mezzofondo prolungato negli eventi globali. Bronzo all’americano ex keniano Paul Chelimo (13’33”30). La gara si è infiammata negli ultimi 400 metri. Fino a lì, la tattica era stata diversa rispetto all’assalto alla diligenza dei 10.000, quando tutti gli avversari avevano provato a stenderlo fin dal primo metro. Qui invece, soltanto alla campanella dell’ultimo giro i tre etiopi Edris, Kejelcha e Barega hanno murato “sir” Farah che ha faticato a uscire dal trappolone, è rimasto invischiato nel traffico, cinturato anche dall’americano Chelimo. Difficile non pensare a una strategia studiata a tavolino, almeno quella degli etiopi. Negli ultimi cento metri, Farah si è sacrificato fino all’ultimo goccia d’energia e d’orgoglio per evitare l’imponderabile, di fronte al suo pubblico, incredulo. Tentativo vano. È caduto anche lui. A pezzi. Londra l’ammazzagrandi non perdona.
LASITSKENE IMPRENDIBILE — Un fenicottero è volato su Londra. Un unico brivido, per Mariya Kuchina-Lasitskene a 1.99. Ma è giusto un fremito, poco più. Respinta da una quota per lei familiare, al secondo tentativo la russa-neutrale ha scelto di passare la misura e salire a 2.01 per ricacciare le ambizioni della miss ucraina Yuliia Levchenko, invece impeccabile a 1.99. Con il decollo a 2.01 la Lasitskene ha ritrovato il feeling con l'oro che non è mai stato in discussione per tutta la stagione. A sorpresa, la Levchenko si è arrampicata a sua volta a 2.01, primato personale e prima volta sopra la soglia magica dei due metri per questa neanche ventenne saltatrice campionessa europea under 23 a Bydgoszcz nemmeno un mese fa. A quel punto, lei poco altro poteva, mentre la Lasitskene che quest'anno aveva esplorato anche 2.06 era pronta a proseguire la sua scalata verso il cielo. E con la planata a 2.03 ha messo il punto esclamativo sull'oro. Record del mondo? Ci ha già provato spesso, è solo rinviato perché anche stasera ha sbagliato tre volte un centimetro più giù (2.08) della Kostadinova di trent'anni fa. Per il bronzo, è bastato alla polacca Kamila Licwinko l'1.99 realizzato al primo tentativo. Lasitskene, che da piccolina le prendeva regolarmente da Alessia Trost ai mondiali allievi e juniores quando non aveva ancora sposato il marito cronista di Eurosport e si chiamava ancora Kuchina, si è riscattata dopo la punizione capitale alla Russia che le ha negato i Giochi e ha fatto suonare (suo malgrado) l'inno della Iaaf per la prima volta dopo un oro Mondiale.
PEARSON REGINA — È uno spettacolo Sally Pearson. Una prova da schiacciasassi nello stadio che la incoronò regina dei Giochi 2012. Dopo quel giorno, all’australiana ne capitarono di tutti i colori: drammatica la caduta dell’Olimpico di Roma al Golden Gala del 2015 che le frantumò un polso (“È esploso”, diagnosticarono i medici). Stasera Londra ha riconsegnato una campionessa globale nei 100 hs, capace di opporsi all’armata degli Stati Uniti (quattro in finale) con una tecnica pregevole di passaggio degli ostacoli. Medaglia d’oro con 12”59, meglio dell’americana Dawn Harper Nelson (12”63) e della sorprendente tedesca Pamela Dutkiewicz (12”72) che ha tolto il posto sul podio alla primatista del mondo Kendra Harrison (12”74, quarta). È la vittoria di chi ha continuato a crederci: per risorgere ha scelto di allenarsi da sola con il supporto fondamentale del marito Kieran che la filma con lo smartphone. Un ritorno che - raccontò lei - è stato ispirato dal un docufilm intitolato The will to fly sulla vita della connazionale sciatrice freestyle Lydia Lassila.
EUROPA PADRONA — Sì, quest'Europa ha davvero sparigliato Londra. È un monopolio del vecchio continente il podio del decathlon, il primo del post-Eaton. Il favorito Kevin Mayer, argento olimpico di Rio, non ha tradito: aveva completato in testa la prima giornata e ha terminato le faticacce stasera totalizzando 8768 punti, pur senza successi in alcuna delle dieci prove, ma con una costanza che a molti altri è mancata. A partire dall'argento Rico Freimuth (8564) che pure è stato il migliore nel disco ma ha pagato il 4.80 nell'asta. Di bronzo un altro tedesco, Kai Kazmirek, che nella seconda giornata ha vissuto di rendita dopo la scorpacciata di punti nell'alto e nei 400 di ieri. Germania d'oro anche nel giavellotto, senza le misure spaziali che le qualificazioni (e l'intera stagione) avevano lasciato ipotizzare. Dal quarto posto di Rio al titolo mondiale ci passano gli 89.89 lanciati da Johannes Vetter. La sorpresona è lo scivolone dell'altro tedesco Thomas Rohler, uno da 93.90 in stagione (e un cameraman quasi infilzato), soltanto quarto (88.26), per la felicità della Repubblica Ceca che ha portato a medaglia Jakub Vadlejch (89.73) e Petr Frydrych (88.32)

Mondiale: turbo Schippers nei 200, Lingua 10° nel martello
L’olandese si conferma campionessa del mondo con 22”05. Il piemontese, 39 anni, chiude a testa alta in finale: 75.13. L’americana Reese conquista il quarto titolo, sorpresona nelle siepi femminili con l’inedita doppietta Usa
Ha un blog di cucina che aggiorna ogni giorno, ha scritto anche un libro di ricette: “Dafne Likes”. E in pista a Londra si è confermata la più forte sui 200 metri. L’olandese Dafne Schippers è ancora la campionessa mondiale dopo Pechino 2015.
Per la prima volta la vecchia Europa mette il cappello nella stessa edizione sui 200 al maschile (Guliyev) e al femminile, con la giunonica sprinter di Utrecht sfrecciata in 22”05 (+ 0.8 il vento) davanti all’ivoriana Maria Josee Ta Lou (22”08, record nazionale) e la bahamense Shaunae Miller-Uibo (22”15). Un po’ come al maschile, anche tra le donne gli Stati Uniti sono rimasti fuori dal podio (per non parlare della Giamaica che non era neanche in finale), certificando che siamo all’annozero della velocità. Usain Bolt si è portato via tutto. Si riparte da qui. Quarta la britannica Dina Asher-Smith (22”22), quinta e sesta le americane Deajah Stevens (22”44) e Kimberlyn Duncan (22”59). La Schippers, 25 anni, primatista europea e terza donna della storia sui 200 dopo il 21”63 di due anni fa a Pechino, ha arricchito un palmares già eclatante, inaugurato da piccolissima con l’oro ai Mondiali juniores di Moncton quando era un fenomeno dell’eptathlon.
BRAVO LINGUA — Perlomeno ci ha provato: buona parte degli azzurri non l’ha neanche fatto. Poco o nulla si può rimproverare stasera a Marco Lingua, 39 anni, uno dei rari finalisti della spedizione italiana ai Mondiali di Londra. Nel deserto di risultati della nostra atletica (attenzione: non è che ci si aspettasse molto di più), il 10° posto del piemontese nel martello è comunque da accogliere con tiepida soddisfazione. Primo lancio a 69.64, secondo tentativo (il migliore) a 75.13, poi il nullo finale. Per entrare tra i primi otto e avanzare ai tre turni di finale, al nove volte campione italiano sarebbe servito far meglio di 75.87. “Son contento lo stesso, sono il decimo al mondo - ha dichiarato Lingua -. Considerando che mi alleno tra un turno di lavoro e l’altro, e che questo è il mio hobby, è andata benissimo”. Oro (scontato) al polacco Pawel Fajdek (79.81), e speriamo che stanotte non ceda la medaglia d’oro a un taxista dopo la serata di festa per pagarsi il ritorno a casa, come accadde a Pechino due anni fa. Argento al neutrale Valeriy Pronkin (78.16), bronzo all’altro polacco Wojciech Nowicki (78.03).
SIEPI AMERICANE! — Ogni sera si aggiungono argomentazioni a supporto della tesi che sia il Mondiale delle sorprese. Ma la doppietta Usa+Usa nei 3000 siepi donne, nemmeno la Bibbia americana Track and Field News l’aveva osata predire nei classici pronostici pre-campionati. Sono rimaste in quattro ai trecento metri finali, quando la primatista del mondo Ruth Jebet ha perso contatto dopo aver condotto l’andatura. Un gruppo composto da due americane (il bronzo olimpico Emma Coburn e Courtney Frerichs) e dalle keniane Jepkemoi e Chepkoech (quest’ultima, alla fine quarta, aveva sbagliato strada, proseguendo in pista senza virare verso la riviera...). Africane vincenti? Macché. Dall’ultima salto in acqua sono uscite di slancio le gazzelle Usa e la Coburn ha siglato il record dei campionati con 9’02”58: non soltanto primo titolo, ma prima medaglia mondiale di sempre degli Stati Uniti in una specialità che al femminile è comunque relativamente giovane (introdotta a Helsinki 2005). Per ritrovare gli States d’oro nelle siepi bisogna tornare a Horace Ashenfelter ai Giochi di Helsinki 1952.
4 VOLTE REESE — Le tre medaglie in appena sei centimetri. La quarta (Ivana Spanovic) fuori dal podio per un centimetro. La finale del lungo è stata incerta fino all’ultimo salto: l’ha conquistata, ed è il quarto oro mondiale, l’americana Brittney Reese (7.02, +0.1) tornata sul trono dopo i trionfi di Berlino, Daegu e Mosca. Con tanto di dedica al nonno scomparso. Per l’argento, la dea russa (ora neutrale) Darya Klishina si è proiettata fino a 7 metri (-0.3), tre centimetri in più della campionessa olimpica Tianna Bartoletta (6.97, -0.2). Dopo due bronzi è rimasta fuori dal podio la serba campionessa europea indoor Ivana Spanovic, sfortunata col suo 6.96 (+0.1) battuto solo all’ultimo tentativo dall’americana di bronzo. Festa Klishina: la sexy saltatrice si gode la prima medaglia globale della sua carriera a livelli assoluti dopo che da ragazzina si era rivelata ai Mondiali allievi di Ostrava con l’oro di dieci anni fa.
SEMENYA FACILE — Il solo ipotizzare che qualcuna riesca a battere questa Semenya è fantascienza. Con la consueta autorevolezza e senza apparente sforzo, l’imperturbabile sudafricana campionessa olimpica ha liquidato anche la formalità della semifinale negli 800. Il suo 1’58”90 è il miglior tempo di accesso alla finale di domenica sera dove non è escluso che possa ripetersi il discusso podio di Rio con le altre due “intersex” Francine Niyonsaba e Margaret Wambui, stasera promosse nella più lenta delle semifinali: la burundiana 2’01”11, la keniana 2’01”19 con una scarpa slacciata. Polemiche garantite. Tra le “non iperandrogine” quella che ha destato le migliori impressioni è l’americana Ajee Wilson (1’59”21), in crescita anche la polacca Angelica Cichocka (1’59”32).
PEARSON C’È — Bentornata Sally Pearson nei 100 hs: l’australiana che qui vinse l’oro olimpico ha stampato il tempo più veloce delle semifinali (12”53, +0.5), in uno stadio carissimo a lei, ma anche alla primatista del mondo Kendra Harrison che proprio a Londra migliorò il world record lo scorso anno (12”20), salvo non poter partecipare ai Giochi perché sconfitta ai trials. Stasera ha acciuffato il pass per la finale grazie ai tempi di recupero: ottavo crono, l’ultimo, il suo 12”86 (+0.2), e qualificazione guadagnata per un centesimo ai danni della norvegese Isabelle Pedersen (12”87). Altre tre americane in finale (Dawn Harper-Nelson, Christina Manning, Nia Ali) nella specialità che fu un monopolio a stelle e strisce a Rio 2016. Curiosità: in finale anche l’eptatleta olandese Nadine Visser che a questi Mondiali era stata settima e aveva impressionato proprio negli ostacoli, il suo territorio prediletto.
KIPROP PER IL POKER — La semifinale più tirata dei 1500 è la seconda. Logico: i ritmi non forsennati della prima lasciavano aperte le porte per i tempi di recupero. Così il ceco Jakub Holusa (3’38”05) ha messo piede in finale con il primo crono, e il bronzo di Rio, il neozelandese Nick Willis è ricorso proprio ai ripescaggi (3’38”68): sarà l’unico del podio olimpico 2016 in finale, dopo il k.o. dell’americano Centrowitz in batteria e il forfait preventivo dell’algerino Makhloufi. Più rilassati i maggiori indiziati per il successo, i keniani Elijah Motonei Manangoi (3’40”10) e soprattutto il tre volte iridato Asbel Kiprop (3’40”14) che domenica sera andrà a a caccia del quarto successo consecutivo.
DECATHLON — Kevin Mayer ha tutte le carte in regola per aggiudicarsi il primo titolo mondiale dell’era post-Eaton. Il superman francese ha concluso al comando la prima giornata del decathlon (4478 punti) migliorandosi in serata nei 400 (48”26), anche se il tedesco Kai Kazmirek in virtù dei primi posti nell’alto e al giro di pista ha scalato la classifica fino alla seconda piazza provvisoria (4421) dopo cinque prove.

Mondiali, Tamberi fuori dalla finale: con 2.29 è il primo escluso
Gimbo migliora il personale stagionale dell'alto di un centimetro, ma non basta. Con tre errori (a 2.22, 2.27 e 2.29) finisce 13° ed e il primo degli eliminati. Gli sarebbe servito saltare 2.31
Il primo degli eliminati: Gimbo Tamberi si arrampica con cuore e carattere fino a 2.29, personale stagionale migliorato di un centimetro, ma non basta. Paga a carissimo prezzo i tre errori commessi nel corso della gara (uno a testa a 2.22, 2.26 e allo stesso 2.29), si ritrova tredicesimo (pur a pari misura con sette promossi) e, tra giustificate lacrime, con in mano un pugno di mosche: Ma certo gli si può rimproverare nulla. Anzi, considerando le traversie del suo ultimo anno, c’è solo da applaudirlo.
L'AMBIENTE — Lo stadio olimpico, illuminato dal sole, per la prima volta presenta vuoti vistosi. Ma la “curva” dell’alto, ciò nonostante, è piena ai limiti della capienza. E Gianmarco ci va a nozze: prima di ogni tentativo, come da tradizione, “chiama” il pubblico ritmando l’applauso. E il pubblico, che per lui ha un debole, gli va dietro. La barba piena (è solo una qualificazione...), la chioma fluente, il tricolore sulla spalla sinistra, una scarpa diversa dall’altra: Gimbo è tirato come una corda di violino. E sembra quello delle migliori occasioni. Ma non può esserlo. Le due operazioni alla caviglia sinistra e le relative rieducazioni dell’ultimo anno hanno lasciato il segno.
LA GARA — E infatti: l’esordio a 2.17 va a buon fine, ma l’asticella traballa. Dei ventisette atleti in gara (divisi su due pedane), in otto falliscono il primo tentativo, in sette vanno oltre al secondo. Solo lo statunitense Erik Kynard, vecchia conoscenza, si ferma per rinuncia e un probabile infortunio. I suoi Mondiali finiscono subito. Si va a 2.22: la prima prova di Tamberi (come quella di nove altri) è nulla. Il finanziere, però, alla seconda si riscatta. Con le unghie, coi i denti e un pizzico di fortuna: l’asticella oscilla sui ritti ancora più pericolosamente di prima, ma miracolosamente resta su. Ci lascia le penne solo Jeron Robinson, un altro statunitense. Gimbo, a questo punto, è 17° (con 25 atleti ancora in gara). E i promossi saranno solo dodici.
ALLA SECONDA — E’ ovvio che il 2.26 sarà già quota delicata. Gimbo, alla prima, mostra qualche incertezza negli ultimi appoggi della rincorsa, si “siede” sull’asticella e il nullo è abbastanza netto. Ma il copione si ripete: la dea bendata, alla seconda prova, gli dà una mano e la misura è superata. Alla prima, col russo neutrale Danil Lysenko in grande spolvero (per non dire di Mutaz Barshim) e l’ucraino Bohdan Bondareno che invece sembra tenuto insieme con lo scotch, ci sono riusciti in dieci. Escono solo in quattro, il cinese Zhang Guowei compreso e Tamberi è 16° (su 21). Non basta, ovviamente.
QUOTA VERITÀ — La gara si potrebbe fare a 2.29: per l’anconetano, in pedana una pila elettrica, vale (anche) lo stagionale. Fare la misura al primo tentativo potrebbe equivalere a un grande passo avanti verso la promozione. Ma l’errore, invece, è chiaro. Sono in sette a centrare subito l’obiettivo. E per cinque il percorso è ancora netto. Al gruppetto si aggiunge anche un indiavolato Tamberi: il ragazzo, si sa, ha carattere da vendere. Ed è soprattutto grazie a quello che il volo, stavolta, è pressoché perfetto. Ed è un cm oltre quanto superato dal giorno del ritorno. Il problema è che a superar la misura, in una giornata dalle condizioni evidentemente favorevoli, sono in sedici (con l’azzurro 13° con i suoi tre errori) e quindi si deve andare avanti.
L'IMPRESA — A 2.31: e per Gimbo, ai fini della qualificazione, è obbligatorio riuscire nell’impresa. Perché di questa, è chiaro, si tratta. A prescindere da quel che faranno gli avversari. Dipende solo ed esclusivamente da lui. Il primo tentativo è nullo. E non è una novità... Ma anche il secondo: e l’impressione è che il marchigiano, dopo un’ora e mezza ad altissima tensione e nove salti, cominci ad avere le pile un po’ scariche. Tutto in una prova: non va. E’ il tentativo più vicino dei tre, ma non c’è niente da fare. Quel po’ di fortuna che lo ha aiutato in precedenza, stavolta gli gira brutalmente le spalle. Gimbo è il primo degli esclusi. Oltre la quota vanno Barshim, Bondarenko, Lysenko, il tedesco Przbylko, il bulgaro Ivanov e il britannico Grabarz. Ma, con lo stesso 2.29 di Gianmarco, sono promossi anche l’altro russo neutrale Ivanyuk, lo statunitense McBride, il siriano Ghazal, il messicano Rivera, il secondo tedesco Onnen e il cinese Yu Wang. Domenica la finale. Senza Tamberi.
IL RESTO — Nelle batterie dei 100 hs, con 12”60, la migliore è la grande favorita, la statunitense Kendra Harrison. Nella qualificazione del disco, la croata Sandra Perkovic, dopo un nullo, spara l’attrezzo a un più che convincente 69.67. Nei 100 della prima prova del decathlon, con 10”50, il più veloce è il canadese Damian Warner, ma il campione olimpico, il francese Kevin Mayer, con 10”70 è ottimo quarto con tanto di personale. Nel lungo invece, con 7.65, primeggia il thailandese Sutthisak Singkhon e dopo due prove – per quel che conta – la leadership, con 1898 punti, è del tedesco Rico Freimuth.

Mondiali: Tortu 6° in semifinale nei 200 con 20"62. Rischia Van Niekerk
Il giovane talento azzurro si fa valere contro i marziani e si lascia alle spalle anche i quotati Simbine e Dwyer: "Il più bel 200 della mia vita". Il sudafricano (20"28) passa grazie ai tempi di ripescaggio. Miller-Uibo si inceppa nel finale di 400, l'oro è dell'americana Francis. Felix eguaglia Ottey: 14 medaglie mondiali. Avanti l'azzurro Lingua, fuori Falloni, Strati e Bertoni
Tutta esperienza. Tutte situazioni che saprà gestire ancora meglio. Tutti momenti che torneranno utili quando sarà pronto per confrontarsi a questi livelli con i marziani. È terminata in semifinale l’avventura di Filippo Tortu ai Mondiali di Londra, in una serata fredda e condizionata dalla pioggia battente. Il 19enne più talentuoso della nostra atletica si è fatto valere nei 200 con un buonissimo sesto posto e un 20"62 ventoso (+2.1). La finale, va da sé, era impossibile da raggiungere ma è piaciuto l'atteggiamento con cui ha aggredito la curva e si è lasciato andare nella fase lanciata, azionando le sue leve potenti e tirando fino all'ultimo centimetro. Vedere Tortu davanti al sudafricano Akani Simbine (stesso tempo), uomo da 19"95, o al giamaicano Rasheed Dwyer che due anni fa corse 19"80, è davvero un piacere. E un messaggio al futuro. Questa nuova stellina brianzola, sarda d'origine, ora è numero 17 al mondo. Il settimo duecentista in Europa.
SODDISFAZIONE — "È il più bel 200 della mia vita, vale più del 20"34 di Roma", ha commentato a caldo del campione europeo juniores. "Ho pensato a rimanere concentrato e rilassato nel finale e mi sono visto sempre più vicino a Simbine, poi alla fine mi stavo cappottando. Sono contento, non sono arrivato ultimo in semifinale e ho battuto un atleta finalista dei 100 metri. Il futuro? Mi fido ciecamente di mio padre Salvino. Questo è il risultato di un anno difficile che mi ha dato molta sicurezza sulle mie capacità e sulle sue di allenare". Quando parla di "anno difficile" fa riferimento al mese di stop dopo il Golden Gala di Roma, per la storta alla caviglia sinistra rimediata sull'ultimo gradino della scalinata di piazza di Spagna, nella Capitale. Un episodio che poteva demoralizzarlo. E invece no, eccolo qua. In mezzo ai fenomeni.
BRIVIDO VAN NIEKERK — Nella stessa semifinale di Tortu, la prima delle tre, ha corso pure ha Isaac Makwala, il botswano protagonista suo malgrado delle ultime ventiquattro ore per l’esclusione dalla finale dei 400 e la successiva riammissione alla batterie dei 200, divorata nel tardo pomeriggio di oggi in solitaria. In semifinale (20"14) l'ha battuto soltanto l'americano Isiah Young (20"12). Può competere con Van Niekerk? La risposta, a giudicare dal Van Niekerk di stasera è sì. Per carità, era il suo quinto turno in cinque giorni, avrà anche dosato in vista della finale di domani, ma il sudafricano non è parso brillantissimo e ha rischiato l'eliminazione a sorpresa: terzo nella sua semifinale con 20"28 (dietro al 20"17 del turco Guliyev e al 20"22 dell'americano Webb), settimo tempo complessivo e il brivido di dover ricorrere ai tempi di ripescaggio per qualificarsi. "Sono stato contento di veder uscire il mio nome sul tabellone...". Il timore è che gli fosse piombato avanti il francese Christophe Lemaitre, rimasto però dietro soltanto di due centesimi (20"30). Quei due centesimi che hanno permesso a Van Niekerk di evitare l'inatteso naufragio. Chi sta piacendo sempre più, turno dopo turno, è invece il trinidegno Jereem Richards, stasera 20"14. Ciao ciao Yohan Blake: con 20"52 è fuori dalla finale. Lui, e pure la Giamaica. E questa qui ha vagamente i tratti di una notizia.
PSICODRAMMA MILLER-UIBO — L'imponderabile negli ultimi trenta metri thriller dei 400. È letteralmente scoppiata l'olimpionica Shaunae Miller-Uibo che veleggiava verso un nuovo oro del giro di pista dopo il "tuffo" di Rio 2016. Non aveva ancora fatto i conti con la classica "botta", incubo dei quattrocentisti: le gambe, di colpo, hanno iniziato a non mulinare più, hanno fatto pagare il conto di un passaggio garibaldino ai 200 e la Miller ha faticato a concludere in piedi la sua prova, mentre da dietro risalivano la coraggiosa americana Phyllis Francis a cui non è sembrato vero ritrovarsi prima (49"92), con la 19enne rivelazione del Bahrain Salwa Eid Naser in spinta (argento 50"06) e l'americana Allyson Felix (terza, 50"08) a stringere i denti. Tenace e fortunata, non più irresistibile: con questo bronzo la Felix ha eguagliato Merlene Ottey nel medagliere all-time dei Mondiali con 14 medaglie. Dell'olimpionica cinese Lijiao Gong l'oro del peso (19.94) con altre due sopra i diciannove metri: l'ungherese Anita Marton (19.49) e l'americana Michelle Carter (19.14).
OSTACOLI NORVEGIA — Poche settimane fa agli Europei Under 23 in Polonia si era presentato con l'intento (folle) di conquistare l'oro sia nei 400 hs che nei 400. Il proposito è mancato di poco - ha vinto soltanto con le barriere in mezzo, argento nei 400 - ma nella notte piovosa di Londra il norvegese Karsten Warholm ha impressionato: 21 anni, fino a un paio di stagioni fa era un decatleta di discreto livello mondiale, stasera ha festeggiato con il copricapo da vichingo. Tatticamente spettacolari i suoi 400 hs, distribuiti alla perfezione (48"35), con l'americano Kerron Clement che si è dannato per rimontarlo negli ultimi due ostacoli (poi bronzo, 48"52) ma al contempo infilato dal turco-cubano Yasmani Copello (argento, 48"49). La Norvegia si riprende un oro in pista a trent'anni dai 10.ooo di Ingrid Kristiansen a Roma nel 1987.
GLI ALTRI AZZURRI — Rocambolesco, per certi versi, l'ingresso in finale di Marco Lingua nel martello: “Avevo iniziato con una misura molto buona, per una volta che c’ero...”, ha detto prima di conoscere l’esito del secondo gruppo di qualificazione, conservando un filo di speranza alla luce di un nono posto nel primo gruppo che non lo tagliava fuori, ma quasi. Poi, nel secondo raggruppamento sono riusciti soltanto in tre a far meglio del suo 74.41, così il ligure ha potuto gioire con l'ultima misura di ingresso. Peccato per l'altro azzurro, il romano Simone Falloni: "Stavo attraversando un periodo molto positivo in allenamento", ha sottolineato, ma è troppo poco 69.90 più due nulli. Nel lungo non è decollata Laura Strati. La vicentina che ha scelto Madrid per lavorare da traduttrice e continuare ad allenarsi, ha pagato la pedana allagata e nel lungo non ha fatto meglio di 6.21, a dispetto di un recente stagionale di 6.72 siglato in Spagna che l’aveva resa la terza lunghista azzurra della storia. Nessuna si è spinta al 6.75 della qualificazione (Darya Klishina la migliore con 6.66) e con 6.47 avrebbe messo al calduccio il biglietto per la finale, ma stasera la saltatrice ha faticato: oltre al 6.21 anche un nullo e un 6.19. “Non sono assolutamente soddisfatta, le condizioni sfavorevoli c’erano per tutte, io ho aggiunto errori miei - ha ammesso la Strati -. Mi assumo le mie responsabilità. Comunque sto maturando, ora mi devo stabilizzare dai 6.60 in su”. Fuori anche Francesca Bertoni nelle batterie dei 3000 siepi, lontana dai suoi massimi: “Oggi la finale non era alla mia portata, ma ho lottato e ne vado fiera”, la valutazione della modenese dopo il 10’01”31, distante dall’ultimo tempo di recupero: 9’35”78.
FARAH — Si è rivisto Mo Farah, nei 5000, trascinato dal solito entusiasmo dello stadio olimpico. Stasera gli africani hanno deposto le armi: era soltanto una qualificazione. Ma per la finale di sabato c’è da attendersi un nuovo “tutti contro Farah” per impedirgli la doppietta d’oro dopo il trionfo dei 10.000. In pieno controllo, il britannico di origine somala ha chiuso in un comodo 13’30”18, a braccetto con l’etiope Yomif Kejelcha (13’30”07). Qualche scorribanda in più nella seconda batteria che poteva calibrare il ritmo sulla base dei tempi di ripescaggio e ha visto prevalere il giovanissimo (ancora allievo, è 2000) campione del mondo juniores e under 18, l’etiope Selemon Barega: 13’21”50. Farah ha trovato un rivale?

 

Mondiali: Van Niekerk si prende i 400, Makwala escluso tra le polemiche
Il sudafricano si risparmia in vista della doppietta con i 200 e chiude in un "normale" 43"98. La Iaaf esclude il suo rivale del Botswana dopo l'intossicazione alimentare. Lavillenie: ancora maledizione mondiale nell'asta, vince Kendricks. Sorpresa Bosse negli 800
La prima è andata. Senza record del mondo, senza lo spettacolo che ci si sarebbe potuto aspettare - ecco cosa lo differenzia ancora da Usain Bolt - ma la barriera dei 43 secondi ha comunque i mesi contati. La maratona di Wayde Van Niekerk (sei gare in sei giorni) ha incrociato stasera la prima miniera d'oro nei 400 metri. Il fenomeno sudafricano primatista del mondo, considerato l'erede "tecnico" di Bolt, ha corso contro gli avversari e non contro il cronometro. Gli bastava la medaglia d'oro, primo step del suo tentativo di emulare il Michael Johnson di Goteborg 1995, l'unico capace di ricoprirsi d'oro nei 200 e nei 400 nella stessa edizione. La stella coltivata (anche a Gemona del Friuli) da Ans Botha, bisnonna sprint, si è limitato a un normalissimo (per lui) 43"98, frenando letteralmente negli ultimi trenta metri.
IL GIALLO — Serata fredda, quindici gradi o giù di lì, temperature che certo non favorivano risultati epocali. In più, mancava il rivale diretto ed è stato un peccato veder vuota quella settima corsia. Inflessibile la Iaaf: per evitare un rischio contagio, Isaac Makwala è stato estromesso dalla competizione dopo l'intossicazione alimentare patita ieri sera in albergo, che lo aveva fatto fuori anche dalle batterie dei 200. Sul web si è diffuso un video, presto virale, con il botswano fermato all'ingresso dello stadio. Sui social, "Badman" Makwala ha poi precisato di non essere stato visitato da alcun dottore e di essere in piena forma. Delusissimo, ha individuato nel "governo britannico" il responsabile della sua esclusione. Un giallo che un qualche impatto sul livello della gara lo ha avuto, perché per Van Niekerk avrebbe dovuto dare almeno un filo di gas in più e ne avrebbe giovato lo show. Gli è bastato invece il minimo sindacale per avere ragione dell'elegante bahamense Steven Gardiner (44"41) e del ventenne qatariota Abdalelah Harouin (44"48), già oro mondiale juniores, giustiziere dell'altro botswano Baboloki Thebe.
LAVILLENIE — No, è davvero una maledizione che non ha fine. Cinque mondiali, cinque schiaffi a Renaud Lavillenie. Il primatista del mondo non è riuscito nemmeno a Londra a infrangere il tabù mondiale. Stavolta non partiva da favorito, ruolo he spettava invece al militare americano Sam Kendricks, imbattuto per tutta la stagione e unico oltre i sei metri all'aperto nel 2017. Verticalizzazione da manuale del salto con l'alta, fase di svincolo da far vedere ai ragazzini: Kendricks si è meritato il titolo mondiale con 5.95. Il povero Lavillenie si è dovuto accontentare del bronzo (5.89), con la stessa misura dell'argento Piotr Lisek ma con più errori, e ha provato a far saltare il banco con il volo finale (mancato) a 6.01. L'oro iridato resta stregato.
EUROPA 800 — Sorpresa Europa negli 800. Il dopo Rudisha è di Pierre-Ambroise Bosse: ultimi 150 metri da fuoriclasse per il francese, incredulo al traguardo dopo la traversata da 1'44"67. La notizia è che l'Africa è soltanto terza, perché il solito finale arrembante del polacco Adam Kzsczot (1'44"95), una sola vocale ma gambe e coraggio da vendere, ha scalzato dall'argento il keniano campione del mondo juniores Kipyegon Bett (bronzo in 1'45"21), completando la serataccia del Botswana che ha dovuto anche digerire Nijel Amos fuori dal podio, soltanto quinto, risucchiato pure dalla rivelazione britannica, il 21enne Kyle Langford, ottimo quarto.
KIPRUTO — Sempre, fortissimamente, Kenya. Ci hanno provato il marocchino Soufiane El Bakkali e l'americano Evan Jager a interrompere il trentennale dominio nei 3000 siepi degli atleti nati in Kenya (l'ultimo a riuscirvi è stato Francesco Panetta nel 1987 a Roma). In un appassionante ultimo giro, il campione olimpico Conseslus Kipruto (8'14"12) ha bruciato El Bakkali (8'14"49) e Jager (8'15"53) nel braccio di ferro a tre, lanciato proprio dall'americano che aveva sfilacciato il gruppo con il suo forcing nel penultimo giro. Jager, dopo l'argento dello scorso anno a Rio, ha portato per la prima volta gli Stati Uniti sul podio mondiale delle siepi, mentre il saluto mondiale del mito Ezekiel Kemboi, vincitore delle ultime quattro edizioni, ha coinciso con l'undicesimo posto. Lascerà lo sport il 20 agosto ad Amatrice negli 8.5 km dell'Amatrice-Configno, a lui carissimi per il rapporto speciale che lo lega al patron Bruno D'Alessio, e quest'anno ancor di più visto il dramma vissuto dal borgo del Centro Italia devastato dal sisma.
SPOTAKOVA — Diciamolo: a Jan Zelezny questi Mondiali interessano per due motivi. Il secondo è capire se dopo Londra sarà ancora il padrone del record del mondo nel giavellotto: molto probabile, ma non più così scontato vista la stagione inaudita dei tedeschi Vetter e Rohler, mai così vicini al suo faraonico 98.48 del 1996. Questo però era il secondo motivo. Il primo? La medaglia d'oro della sua "pupilla" Barbora Spotakova, primatista del mondo anch'essa, a tal punto riconoscente al suo coach da chiamare Janek il figlioletto, in suo onore. Risaliva a dieci anni fa il suo primo titolo mondiale: Daegu, Corea del Sud. E a Londra cinque anni fa aveva bissato l'oro olimpico già conquistato a Pechino. Stasera, la 36enne ceca l'ha spuntata nel confronto generazionale con l'olimpionica di Rio Sara Kolak (22 anni), catapultando il giavellotto a 66.76. A completare il podio, due lanciatrici cinesi: Lingwei Li (66.25) e Huihui Lyu (65.26), con la croata soltanto quarta (64.95).
SCHIPPERS VS MILLER — I 200 perdono la protagonista più attesa. L'americana Tori Bowie, principessa dei 100, non si è presentata sui blocchi della distanza doppia sulla quale detiene la leadership mondiale dell'anno. Motivo? Si fa ancora sentire la caduta dopo il traguardo dei 100. Niente doppietta, dunque, e la roulette per l'oro si restringe alla campionessa del mondo in carica, l'olandese food-blogger Dafne Schippers (22"63 in batteria), all'oro olimpico dei 400 Shaunae Miller-Uibo (22"69) e, al limite, all'ivoriana argento dei 100 Maria Josee Ta-Lou (22"70). Per eventuali sorprese, rivolgersi alla 21enne britannica Dina Asher-Smith: cinque anni fa ai Giochi la sprinter del sobborgo londinese di Bromley portava la cesta alla regina dell'eptathlon Jessica Ennis; ora, nello stesso stadio, infiamma il pubblico con la batteria da 22"73.
AZZURRE K.O. — Tutte fuori le azzurre, in una serata da dimenticare per la nostra spedizione. Male nelle batterie dei 200 Gloria Hooper (23"51) e Irene Siragusa (23"73), male anche Yadis Pedroso (55"95) e Ayo Folorunso (56"47) nelle semifinali dei 400 hs. Per la Hooper un'eliminazione che sa di beffa: fuori per un solo centesimo. E pure negli ostacoli l'ultimo tempo di ripescaggio non era così estraneo, almeno alla Pedroso: serviva 55"45. Facile dirlo, molto meno farlo, in una serata londinese così rigida.

 

Mondiali: Semenya battuta nei 1500, McLeod oro con dedica a Bolt
La sudafricana solo bronzo nella nuova distanza. Il giamaicano oro nei 110hs nel nome di Usain per riscattare parzialmente le delusioni della velocità. Rojas e Wlodarczyk campionesse del triplo e del martello. Van Niekerk passeggia in batteria nei 200
La vera Caster Semenya la vedremo sugli 800: questo era soltanto un assaggio. È sfumata la doppietta d’oro ai Mondiali di Londra per la sudafricana campionessa olimpica del doppio giro di pista, che per questa edizione aveva deciso di preparare anche i 1500. Nella finalissima, ha guadagnato una medaglia di bronzo con un gran rettilineo conclusivo che le ha permesso di afferrare il podio (4’02”90), dopo una prima parte di gara più conservativa e la necessità di allargarsi per tutto l’ultimo giro in seconda corsia. L’oro è andato alla favorita, la campionessa olimpica keniana Faith Kipyegon (4’02”59) che ha resistito alla rimonta della Semenya. Ha retto anche l’americana Jennifer Simpson, argento in 4’02”76. Hanno pagato invece negli ultimi trenta metri la campionessa europea indoor Laura Muir (4’02”97) e l’olandese Sifan Hassan (4’03”34), entrambe scalzate in volata dalla 26enne sudafricana. Giovedì la Semenya tornerà in pista per le batterie degli 800 nella specialità che le è più è confacente e nella quale spesso è sembrata limitarsi, per evitare di alimentare le polemiche, già accesissime, intorno al suo iperandrogenismo. I cui vantaggi sulle prestazioni sportive, di recente, sono stati dimostrati da un autorevole studio di Stephane Bermon e Pierre-Yves Garnier pubblicato sul “British Journal of Sports Medicine”.
RISCATTO GIAMAICA — Un Mondiale da incubo raddrizzato dagli ostacoli. Prova a consolarsi con Omar McLeod questa povera Giamaica che in due serate ha masticato amaro con il tonfo di Bolt e la disfatta di Elaine Thompson. Stasera, tra le barriere alte, una mezza rivincita se l’è presa il campione olimpico. “Dedico questa vittoria a Usain Bolt”, ha detto McLeod dopo il 13”04 con cui ha regalato per la prima volta nella storia l’oro mondiale al suo paese. Sabato potrebbe partecipare all’ultimissima recita del Lampo con una frazione nella staffetta 4x100. Sul podio degli ostacoli sventola anche la bandiera degli “Ana”, gli atleti neutrali autorizzati, i russi riammessi dopo essere stati bannati da Rio: il campione del mondo uscente Sergey Shubenkov si è riscattato con l’argento (13”14). E colpisce trovare l’Ungheria a medaglia negli ostacoli. È una prima assoluta: Balazs Baji (13”28) ha buttato giù del podio Garfield Darien (13”30) e Aries Merritt (13”31).
LE ALTRE MEDAGLIE — Ha gareggiato con il guanto di Kamila Skolimowska: era amica strettissima con la campionessa olimpica di Sydney 2000 che morì per un'embolia polmonare. Anita Wlodarczyk per la terza volta si è laureata campionessa del mondo del martello. E questo, tutto sommato, non era in discussione. C'era invece curiosità per capire se avrebbe potuto superare il suo record del mondo, sfiorato pochi giorni prima del Mondiale. Stasera però la bionda lanciatrice, due volte campionessa olimpica, non ha picchiato come al solito e si è fermata a 77.90, col brivido dei primi tre lanci che stavano per lasciarla fuori dalle otto finaliste. Sul podio ha trascinato l'altro polacca Malwina Kopron (bronzo, 74.76), battuta dall'argento cinese Zheng Wang (75.98). Appassionante il duello del triplo. Allenata da Ivan Pedroso, Yulimar Rojas è decollata al quinto salto: fino a lì, il timone della finale del triplo lo teneva saldo la campionessa olimpica e mondiale in carica Caterine Ibarguen (14.89). Il 14.91 della venezuelana già oro mondiale indoor e argento a Rio ha però ribaltato il destino di una finale decisa in due centimetri, con l’assalto della Ibarguen al sesto salto terminato a 14.88. Bronzo kazako: Olga Rypakova 14.77.
VAN NIEKERK — Nei 200 di Filippo Tortu (il 20"59 è il tempo più alto tra i qualificati), la vera sorpresa è l'assenza di Isaac Makwala, l'unico che alla vigilia avrebbe potuto impensierire Wayde Van Niekerk nella folle idea di mettere le mani su 200 e 400. Via il canadese De Grasse prima di iniziare, via pure il primatista mondiale stagionale del Botswana, ora appare davvero in discesa la strada del sudafricano, stasera alla terza uscita in tre giorni: domani correrà la finale dei 400 (contro Makwala) per far tremare il record del mondo. Intanto, la risata che si è fatto con il britannico Talbot mentre completavano a braccetto la batteria dei 200 è l'immagine della superiorità e delle certezze tecniche granitiche di questo fenomeno. Passeggiata di salute in 20"16 e formalità archiviata. Spumeggiante il duecento del trinidegno Jereem Richards che ha sparato un super 20"05 in batteria, meglio pure del 20"08 del britannico Nethaneel Mitchell-Blake.
GLI AZZURRI — Oltre a Filippo Tortu, avanza in semifinale anche Ayomide Folorunso, coraggiosa quarta nella sua batteria dei 400 hs. Delle tre azzurre impegnate tra le barriere, la fidentina di origine nigeriana campionessa europea under 23 è stata la prima a superare il taglio, peraltro con lo stagionale di 55"65. Con qualche apprensione in più si è qualificata la primatista italiana Yadis Pedroso che ha beneficiato dei tempi di ripescaggio (56"41), fuori invece Marzia Caravelli, quinta nella sua batteria ma con tempo decisamente alto (56"92). In semifinale è terminato il Mondiale di Jose Bencosme, deluso nei 400 hs per il lento 50"29.
FELIX — Londra scopre anche nuovi personaggi. Va matta per Kim Kardashian, ha i capelli ossigenati e due anni fa alla rassegna iridata under 18 (che vinse) raggiunse una certa popolarità perché copriva il capo con un velo. Salwa Eid Naser, 19 anni, mamma nigeriana e papà del Bahrain (la nazione di cui indossa i colori) ha migliorato il suo primato nazionale, 50"08, e si è concessa il lusso di battere in una semifinale mondiale la reginetta Allyson Felix (50"12), l'americana che va a caccia di altra due medaglie per superare Merlene Ottey nel medagliere di sempre. Non le renderà facile la vita la campionessa olimpica Shaunae Miller-Uibo, 50”36, pronta a tuffarsi (servirà di nuovo?) sulla medaglia più preziosa come a Rio.
TAYLOR — L'importanza di chiamarsi Christian. Nel triplo, almeno stasera, è stato un fattore perché Chris Benard (17.20), Christian Taylor (17.15) e Cristian Napoles (17.06) hanno passato il turno con le misure più lunghe, unici oltre la soglia dei diciassette metri che garantiva la qualificazione diretta. Taylor (18.11 quest'anno) ha già fissato le proprie ambizioni per la finale: "Fare il record del mondo qui? Perché no, l'ho promesso a me stesso".

 

Mondiali: la maratona è keniana. Meucci ottimo sesto
L’azzurro, nella gara vinta dal keniano Kirui, chiude con lo stesso tempo del 5° e il personale (2h10’54”), migliorando di tre piazze il risultato di Pechino 2015: “Ho corso con intelligenza, ma ho pagato il finale”. Bencosme promosso nella semifinale dei 400 hs: 49”71
Daniele Meucci non tradisce: il pisano, con una prova coraggiosa, chiude la maratona iridata a un prestigioso sesto posto, tornando protagonista ai vertici internazionali dopo due anni complicati. L’azzurro, nella gara vinta dal 24enne keniano Geoffrey Kirui, chiude con lo stesso tempo del sesto, l’altro keniano Gideon Kipketer. Gran recupero finale.
LA GARA — La sua è stata una prova di grande acume tattico: non ha risposto ai primi attacchi africani, ha proseguito col suo ritmo e man mano ha recuperato avversari. Solo dal 35° km ha accusato la fatica, spegnendo le speranze di un possibile piazzamento da podio. Niente da fare, intanto, per Stefano La Rosa, costretto al ritiro dopo essere transitato al 25° posto al 30° km in 1h34’46”. «Strappavano – racconta Meucci commosso mentre saluta coach Massimo Magnani, in Italia per i postumi di un intervento chirurgico – ho preferito andare avanti col mio passo e recuperare poi con calma. Peccato per il mancato sorpasso su Kipketer: ci ho provato fino all’ultimo metro. Fino al terzo dei quattro giri mi sono sentito molto bene, poi ho avvertito la fatica e, correndo molti km da solo, il vento in faccia. Ma sono soddisfatto perché ho dato tutto. A Massimo devo molto: ha continuato a credere in me anche quando avrei voluto mollare». La delusione dell’Olimpiade di Rio può così essere dimenticata. IL PODIO Kirui, atleta seguito dal torinese Renato Canova e vincitore dell’ultima maratona di Boston, in fuga dopo la mezza (1h05’28”) con l’etiope Tola e lo stesso Kipketer, compie l’azione decisiva poco dopo il 30° km e chiude indisturbato in 2h08’27”. Tola, a Londra vincitore della classica dell’aprile scorso e accredito della miglior prestazione del lotto, si spegne, ma con 2h09’49” resiste al ritorno del tanzaniano Alphonse Simbu (2h09’51”). Il britannico Callum Hawkins, quarto con 2h10’17” e miglior europeo, manda in visibilio i 150.000 e oltre spettatori distribuiti lungo il percorso.
OSTACOLI BASSI — Lo stadio londinese porta bene a Jose Bencosme. Qui il cuneese, nel 2012, centrò la semifinale olimpica. Qui, cinque anni più tardi, centra la semifinale mondiale. In mezzo un’infinità di problemi fisici, un’assenza prolungata dalle scene e un tunnel dal quale uscire sembrava quasi impossibile. Invece, con grande caparbietà, strappando il minimo in extremis, è tornato e ora, quarto nella propria batteria in 49”79 (correndo con pochi punti di riferimento), ottiene la promozione diretta (col 19° tempo complessivo). Disco rosso, invece, per Lorenzo Vergani: il suo sesto posto in 50”37 lo colloca al 29° posto: per passare sarebbe servito un 50”12. Con Yasmani Copello, turco-cubano d’Italia, il migliore di giornata (49”13), sorprende l’eliminazione del leader mondiale stagionale, il 20enne Kyron McMaster, portacolori delle Isole Vergini Britanniche, squalificato per invasione di corsia.
SIEPI — Tre azzurri, altrettanti eliminati. Però il 23enne Ala Zoghlami, trapanese di origini tunisine allenato da Gaspare Polizzi, è sfortunato. Con 8’26”18 migliora il personale di 3”08, ma con 16° crono complessivo è il primo degli esclusi dalla finale per la miseria di 32/100. Avrebbe meritato miglior sorte. Più opachi, invece, Abdoullah Bamoussa (26° con 8’34”86) e Yoghi Chiappinelli (30° con 8’36”48). Passano tre keniani su quattro: il bocciato è Brimin Kipruto. Per il 16enne norvegese Jakon Ingebrigtsen eliminazione con 8’34”88.
400 DONNE — Niente da fare anche per Mariabenedicta Chigbolu: la romana, confinata nella nona corsia di una prima lenta batteria vinta al trotto da Allyson Felix, non va oltre un 53”00 (quarta col 40° tempo complessivo), con promosse le prime tre. Trenta centesimi meglio e sarebbe stata terza e quindi in semifinale. La migliore? Salwa Eid Naser, portacolori del Bahrein in 50”57.
IL RESTO — Con l’olimpionica belga Nafi Thiam in testa dopo sei di sette prove dell’eptathlon (6.57 in lungo e 53.93 di giavellotto), nella qualificazione dell’asta maschile (in otto a 5.70, il 18enne svedese Armand Duplantis compreso), brividi per lo statunitense Sam Kendricks e il polacco Pawel Wojciechowski che a 5.60 devono ricorrere al terzo tentativo, misura con la quale (fatta alla prima prova) vengono ripescati in quattro. Dalle batterie dei 110 hs esce uno dei favoriti, il giamaicano Levy, che si schianta contro la prima barriera, mentre il migliore, con 13”16, è lo statunitense Aries Merritt.

 

Mondiali: Sudafrica show nel lungo. Ayana marziana nei 10.000
Mayonga atterra a 8.48 e trascina al bronzo il connazionale Samaai. L'olimpionica e primatista del mondo etiope imbattibile sui 10 km
È la notte dell’addio. L’ultima notte di Usain Bolt sui 100 metri.Quella che si è conclusa nel modo più inatteso, con la sconfitta di Bolt e l'oro al collo del 35enne Justin Gatlin.
AYANA MARZIANA — Non c'è storia nei 10.000 femminili: è di un altro pianeta la campionessa olimpica e primatista del mondo Almaz Ayana. Il tentativo della turca Yasemin Can di restarle in scia dura poco meno di metà gara, poi inizia la cavalcata solitaria dell'etiope che incrementa il proprio vantaggio su tutte le rivali (finale 30'16"32, miglior tempo dell'anno, 46 secondi meglio delle avversarie), compresa la due volte campionessa olimpica Tirunesh Dibaba che afferra l'argento nella volata finale contro la keniana Agnes Jebet Tirop.
SALTO IN LUVO — Manyonga, e chi sennò? Il sudafricano rivelazione della stagione si mette al collo l'oro del lungo. Misura meno lunare di quelle squadernate quest'anno, stasera "basta" un 8.48 per tenere a bada l'effervescente americano Jarrion Lawson, atterrato all'ultimo salto a 8.44. Ancora Sudafrica sul podio per la medaglia di bronzo, pizzicata da Ruswahl Samaai con l'8.32 che esclude dal podio il russo (sotto bandiera Iaaf) Aleksandr Menkov, 8.27.
DISCO LITUANO — Al momento della verità, il dominatore della stagione del disco cede lo scettro: lo svedese Daniel Stahl si fa beffare per due minuscoli centimetri dal lituano Andrius Gudzius, che porta il proprio limite a 69.21 mentre il primatista mondiale dell'anno non va oltre 69.19. Bronzo all'americano Mason Finley (68.03).
SEMENYA FINALE — Vola in finale nei 1500 Caster Semenya: la discussa campionessa olimpica degli 800 firma il terzo tempo in semifinale (4'03"80) nella specialità meno frequentata. Parte da outsider ma prepara la sorpresa ai danni della campionessa olimpica Faith Kipyegon (4’03”54). Meglio della Semenya anche l'oro europeo indoor, la britannica Laura Muir (4'03"64). Facile Sifan Hassan (4'03"77), senza indugi la primatista mondiale Genzebe Dibaba (4'05"33). Si annuncia una finale da urlo con qualche fenomeno che resterà fuori dal podio.

metri alle Olimpiadi. Interessante quinto posto della irlandese Fionnuala McCormack, in prospettiva dell'EuroCross di Chia. Nel cross maschile successo di Aweke Ayalew (Bahrain, ex-Etiopia), che assieme all'ugandese Timothy Toroitich (secondo con lo stesso tempo) ha impedito a Imane Merga, terzo, di cogliere il sesto successo consecutivo nel classico cross in terra di Spagna. Fuori dai primi tre gente con garretti di qualità come Muktar Edris e Jairus Birech, quarto e quinto. Miglior europeo lo spagnolo Abadia, settimo.
Ritiri: Sanya Richards e Reese Hoffa
Danno l'addio all'atletica attiva due personaggi che hanno ricoperto un ruolo di primo piano negli ultimi tre lustri nell'atletica USA e internazionale: Sanya Richards-Ross, 31 anni, e Reese Hoffa, 39 anni. La quattrocentista lascia con quattro medaglie d'oro conquistate alle Olimpiadi, tre con la staffetta e quello individuale di Londra 2012 (oltre al bronzo di Pechino 2008), cinque titoli mondiali (individuale a Berlino 2009 e quattro con la 4x400) arricchiti da due argenti, un oro e tre argenti iridati indoor. Il 48.70 ottenuto nel 2009 a Atene le vale tuttora la settima prestazione mondiale all-time sui 400 metri. Svanita la partecipazione a Rio dopo il ritiro nei Trials, è stata commentatrice TV e è in preparazione un suo libro, in uscita il prossimo anno.
Il pesista Reese Hoffa ha garantito competitività, simpatia e spettacolo, raccogliendo meno di quanto meritasse, considerando i numerosi quarti posti (tre volte ai mondiali all'aperto, uno indoor) e i continui ingressi nelle finali importanti. Lascia con un personale di 22,43, tredicesima prestazione all-time all'aperto, il titolo di campione del mondo di Osaka e del mondiale indoor 2006, oltre a due argenti in altrettanti campionati del mondo al coperto. Alle Olimpiadi vanta il bronzo di Londra 2012. Ai Trials olimpici 2016 si è piazzato quinto, non guadagnandosi la selezione per Rio.

La mosca bianca di maratona
Nessun maratoneta caucasico tra i primi cento perfomer della specialità. Il migliore è Galen Rupp, il bronzo olimpico di Rio.
Dopo la New York Marathon è tempo di bilanci per il pianeta delle 42 km. Nel consueto festival africano di prestazioni di altissimo, alto e medio-alto livello, si ripropone anche nel 2016 la sparizione degli specialisti caucasici di genere maschile tra i primi 100 performers stagionali. Era già successo nel 2013 e nel 2010, il che peggiora la casistica. Significa che nessun maratoneta bianco ha guadagnato l'ingresso nel top-100 per tre volte negli ultimi sette anni. Il paradosso, nemmeno tanto a pensarci bene, è che il primo caucasico delle graduatorie della maratona, lo statunitense Galen Rupp (2h10:05, posizione provvisoria n. 109 nelle liste 2016), ha messo al collo il bronzo olimpico, potendosi presentare ad armi un po' più pari (limite di atleti per nazione) rispetto alle grandi maratone del calendario. Altro esempio: due azzurri tra i primi dieci nella maratona iridata di Pechino 2015, con Pertile quarto e Meucci ottavo. Ciò che latita è però la densità dei caucasici a livelli competitivi e soprattutto cronometrici. Due presenze caucasiche tra i migliori 100 l'anno scorso, due anche nel 2014, tre nel 2012, una nel 2011, due nel 2009 (con l'ultimo italiano tra i primi 100 del mondo, Ruggero Pertile), solo uno nel 2008 e la bellezza di dieci nel 2007. Ventuno presenze sulle mille disponibili.
LA STRADA SMARRITA - Se i caucasici piangono, le caucasiche non ridono: il contigente femminile nelle prime 100 stagionali è, al momento, ridotto a undici unità. Con una presenza più nutrita, le caucasiche sanno però fare appena meglio dei caucasici in zona medaglia, avendo centrato tre metalli nell'ultima decade di "global-events" (Olimpiadi e Mondiali), con Valeria Straneo, Tatyana Petrova e Constantina Dita, rispetto ai due podi degli uomini.
Oltre al bronzo olimpico di Rupp, c'è anche il bronzo dell'elvetico Röthlin a Osaka all'inizio del ciclo di dieci anni, fino a oggi. I caucasici più presenti tra i sopravvissuti del ciclone di prestazioni non-caucasiche (Africa subsahariana, e in netta minor misura Maghreb, Asia, statunitensi afroamericani, centro e sudamericani) sono lo statunitense Ryan Hall e il già citato Röthlin, tre volte ciascuno, nel top-100, poi due volte il polacco Szost e l'ucraino Sitkovskyy. Urge inversione di marcia, anzi di corsa.



 





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